La mia latitanza è grave, lo è per me che non metto giù una riga da settimane e lo è per quelle quattro anime in croce che passano di qua e credono che sia morta.
No, stranamente sono viva e lotto insieme a voi, nei ritagli di tempo. Non è che abbia chissà quali impegni (meno del solito), è solo che il caldo blabla vabbè le solite cazzate.
Ora, per tagliare corto farò un report dei punti salienti, come sempre, sennò famo notte. Le foto manco le ho scaricate, figuratevi un po’, quindi il filmaggio ha da venì in seguito.

New York. Bene. Faccio un’introduzione.
Un sacco di persone (due) mi avevano detto, prima che partissi, aaahh tu impazzirai!! aaahh non vorrai più tornare!! NY è la città per te!! NY è uno sballo!! oddioddio!! e ok, quindi io sono partita gonfia di aspettative come un otre, pronta a farmi esplodere la testa e incatenarmi al ponte di Brooklyn per sempre.
Diciamo che non è andata proprio così, tutto bene e una gran figata, ovviamente, ma la testa non mi è esplosa come avevo previsto o come mi aspettavo. Quando la gente, una volta tornata, mi faceva domande a raffica chiedendomi che ti è piaciuto di più? che hai visto? che racconti? io non sapevo bene che dire, perché di cose ne ho viste tante e molte mi sono piaciute, ma alla fine quello che penso è che New York è una Città, e vivendo anch’io in una Città (che non è proprio l’ultimo dei comuni di Barletta, con tutto il rispetto) non posso dire di aver visto cose incredibili o inimmaginabili, perché una città è una città ovunque. E infatti alla domanda com’è New York? spesso e volentieri ho risposto è una città.
Ora gli americanisti si incazzeranno, ma non sto dicendo che New York è robetta, non lo direi mai perché non lo è assolutamente. New York è tanta roba, roba a cui forse ero già abituata avendola vista nei film per trent’anni, per cui è diventata quasi familiare e quindi dall’impatto meno travolgente. Questo potrebbe essere un fatto che giustifica (come se ci fosse bisogno di giustificare) la mia reazione. New York è tanta roba ma non è Tokyo, ad esempio, e io non credevo che mi sarebbe tornato in mente di nuovo, undici anni dopo il primo viaggio, ma la testa, come me l’ha fatta esplodere Tokyo, e il Giappone in generale, mai più nient’altro. Questo è un altro fatto, scontato se vogliamo, perché forse qualcuno non ci pensa più (e a volte me lo scordo anch’io) ma io sono e resterò per sempre nippo-centrica, ovunque vada e qualunque cosa faccia. Infine, mettiamoci anche che un anno fa sono stata a Parigi per la prima volta, e be’, Parigi mi ha colpito molto. Molto molto. Forse partivo con meno aspettative, ma di certo la Torre Eiffel e il Sacro Cuore mi sono piaciute più della Statua della Libertà e l’Empire State Building. Ora crocifiggetemi.
D’altra parte, New York è una città in cui andare la seconda volta. Ci pensavo ancora prima di partire, pensavo ok, stavolta si va a vedere le cose comandate, quelle che non puoi non vedere, poi la seconda volta si va nella città vera. È così no? La prima volta hai una lista di cose su cui mettere la spunta, o almeno per noi è stato così, di giorno in giorno segnare il già fatto e il da fare. Bello perché abbiamo visto tanto, brutto perché te lo godi poco. La seconda volta sarà la mia prima vera volta, ne sono sicura.
Per capire bene cosa ho visto devo metterlo giù per iscritto, farò una lista modello Amélie, in ordine caotico.

AD ALABAMA PIACE
– vedere i film in aereo. Prima cosa. Tralascio sempre di dirlo, ma che figata è vedere i film in aereo? Ok, lo dico sempre. All’andata ho visto Another Earth (pazzesco, mi è piaciuto un botto e appena sono tornata l’ho rivisto al cinema, uno dei film dell’anno per me) e una commedia vecchissima con Ben Stiller e Jack Black, Envy, su come il secondo diventa famoso inventando uno spray che fa scomparire la cacca di cane. Mi sono addormentata a metà, un film di merda (battuta facile). Al ritorno Contagion (bello, mi è piaciuto perfino Matt Damon che in genere detesto), Be kind rewind (mai visto, love Jack Black, divertente e nerd q.b.) e di nuovo Moneyball con Brad, perché volevo piangere. Va da sé che non c’erano anteprime, mai.
– la Turkish Airlines. Prima compagnia in vita mia (e di voli intercontinentali ne ho fatto qualcuno) che mi da in REGALO una scatoletta con dentro spazzolino, dentifricio, maschera per dormire, calzini antiscivolo (!!) e burro di cacao. Non potevo crederci. Cibo ottimo e un sacco di film (non anteprime ma vabbè, erano un centinaio!). Ovviamente ho fregato la copertina, come sempre, per la mia collezione. Vandalismo.
– Union Square. Io amo le piazze e Union Square è quella che mi è piaciuta di più. C’è il mercato in mezzo, è attraversata da Broadway, ci sono il cinema, Forbidden Planet e Strand lì accanto, gli alberi e le panchine. Ci vorrei vivere.
– Strand. La libreria definitiva, in cui invece dei libri ho comprato chili di gadget scemi.
– la galleria PS1. Mentre le mie due comari di viaggio si recavano lussuriose da Tiffany a spendere capitali io che sono immune ai gioielli mi recavo allegra in questa sede distaccata del MoMA, avendo il biglietto gratuito datomi sempre dal MoMA (visto lo stesso giorno). Una location pazzesca (ex scuola riadattata a galleria), tante mostre matte di installazioni e roba supercontemporanea (senza senso ma che a me piace) tra cui anche artisti italiani. Fuori da lì una via lunghissima piena di graffiti, che sono andata a fotografare rischiando di farmi menare e invece poi ho chiacchierato con uno dei graffitari, che era simpatico (e non mi ha menato).
– Chelsea. Uno dei quartieri più ganzi. Oltre a essere costellato di gallerie (che io me le sarei viste tutte una per una ma non potevo rompere l’anima alle altre, a cui non fregava nulla, e quindi solo una con dentro la “solita” mostra degli inglesoni frocioni Gilbert & George) e atelier costosissimi, è anche attraversato dalla High Line, una ferrovia in disuso riadattata a strada pedonale sopraelevata. Figata assurda. Aiuole con piante esotiche, panchine di design, pozzanghere in cui mettere a mollo i piedi, suonatori ambulanti, vista da paura. E una bancarella in cui ho comprato il ghiacciolo artigianale più buono della mia vita. Questo. Purtroppo non siamo andate al Chelsea Hotel, che mi avevano detto essere meta interessante.
– Williamsburg. Il quartiere indie fintofashion, che per forza di cose ha il suo fascino. Casette basse e palazzi colorati a Brooklyn contro mostri di vetro e cemento a Manhattan. Che scegli? Esatto. Zeppo di localetti e boutique, coppie gay e gente vestita alternativa. Il Pigneto.
– Central Park. Ovviamente. La regina dello sbraco sul prato come può non amare un rettangolone verde col laghetto in mezzo alla grande City? che spettacolo. Un’ora sdraiate sul great lawn, il pratone centrale, a prendere il sole in barba alla tabella di marcia.
– andare al cinema all’estero. Monotematica, mentre le altre due andavano al palazzo M&M’s a Times Square io mi ficcavo nel cinema accanto a Union Square per vedere l’ultimo di Wes Anderson, Moonrise Kingdom. Ho avuto la mia anteprima, e CHE anteprima. È bellissimo, e non serve che aggiunga altro. Anzi no, aggiungo. È un libro illustrato per bambini a colori pastello, una successione di immagini statiche perfette, un racconto di formazione da proiettare nelle scuole, è i Goonies versione vintage pop. È amore puro.
-il non junk food. Tra le decine di dritte che mi erano state date prima di partire, circa due terzi riguardava il cibo. Mangia questo! Mangia quello! Vai in questo ristorante! Non ne abbiamo seguita praticamente nessuna e ci siamo date al cibo etnico, macrobiotico, vegano, ipocalorico (?) e BUONISSIMO. Francamente, chissenefrega degli hamburgeroni e dei bistecconi se a ogni angolo di strada posso mangiare sandwich ai mille cereali con tacchino e avocado o seitan alla piastra su letto di broccoli e edamame. Giuro, io mangerei solo quella roba lì, mi dispiace per voi che non sapete di cosa parlo. L’unica eccezione è costituita dai pancakes. Il mio regno per una fornitura vitalizia di pancakes con fragole e sciroppo d’acero. Mangiati a Tribeca, qui.
– festeggiare il compleanno overseas. Perché senza tanto clamore intorno, auguri, brindisi e balle varie, ti sembra quasi di non compierli gli anni. E festeggiarlo andando a vedere un folle folle folle spettacolo off-Broadway, consigliatoci da una tizia in aereo (un’italiana che lavora all’ONU), chiamato Fuerza Bruta. A metà tra un rave e un’installazione contemporanea.
– la targa IMAGINE in memoria della buon’anima di John, a Central Park davanti al Dakota Building, dove fu assassinato. La passeggiata chiamata Strawberry Fields. Le fragole sulla targa e i fanatici nostalgici che raccontano aneddoti ai turisti, in cambio di un obolo. Da bitolsiana, mi sono quasi commossa.
– i newyorchesi. Ma quanto sono gentili? Non serve neanche chiedere, ti vedono con una cartina in mano e automaticamente si offrono di darti indicazioni. Tirano fuori l’iPhone e ti guidano col navigatore. Mai incontrato tante persone così gentili tutte insieme e tutte in una stessa città.
– la metro di New York, ovviamente. Opera d’arte in movimento, come dovrebbe essere in tutte le Città degne di questo nome. Vedi anche Parigi, Londra. Tralascia la capitale nostrana.
– quando girano i film esattamente sotto casa. L’ultima sera torniamo e davanti casa troviamo i camion delle attrezzature cinematografiche, capannelli di gente e strada chiusa al traffico. Il filmone hoolywoodiano!! Vado subito a indagare sperando di beccare la chiunque dei vipsss ma tristemente torno con le pive nel sacco, solo manovalanze non meglio identificate.

Poi ci sarebbe altro. Non posso fare la lista ad Alabama non piace, perché sarebbe troppo striminzita e nemmeno del tutto veritiera. Posso dire che Times Square non mi è piaciuta, ma è senza dubbio un bel baraccone, posso dire che il clima newyorchese è matto come un cavallo e nella stessa giornata crepi di caldo, becchi la pioggia e ti serve il giacchetto (l’ideale per noi meteoropatici), posso dire che il Lego Store non è l’attrazione che mi aspettavo. Ma in fin dei conti chissenefrega.
Volevo andare in mille altri posti e non c’è stato tempo, volevo parlare con mille persone e non c’è stato modo, volevo fare mille altre cose e non c’è stato verso. È quello che pensi sempre, quando te ne vai da una Città, e subito dopo aggiungi vabbè, tanto ci ritorno.

Annunci