Arrivano dei momenti in cui il blog chiama e non si può dire di no. Anche se vorresti dire no, perché sai che scriverai cose di pensare, cose di massimi sistemi, cose forse di cazzate ma con uno strascico di malinconia dietro. Non lo so se questo è uno di quei momenti, prego Iddio che non lo sia, ma intanto mi metto qui a ticchettare. L’anno scorso, esattamente OGGI scrivevo questo. Mi è ricapitato sotto gli occhi per caso pochi giorni fa, si vede che è periodo.
Oggi è stata una giornata del cazzo. Di quelle che cominciano con un finestrino rotto e il navigatore rubato e finiscono con una MULTA.
In pratica scendo stamattina, trovo il finestrino della macchina sfondato e il tomtom sparito e resto impietrita, penso un attimo che fare (ovviamente la priorità è arrivare al lavoro velocemente) e dopo due conti ricaccio in gola la mia tigna di voler fare sempre tutto da sola e chiamo mio padre, che pare non aspetti altro e si mobilita con macchina di riserva, meccanico amico, assicurazione, eccetera. I padri, i padri. Che invenzione. Quindi prendo la sua smart e invece di passare la mattina maledicendo il coglione che magari s’è rotto una mano (magari!) per fregare un tomtom da 100 euro, sto inebetita a pensare al filo sottile su cui viviamo, a quanto basta un’inezia per spostarci leggermente e farci cadere giù, se soltanto uno stupido contrattempo come questo mi ha intralciato la routine quotidiana in cui, non smetterò mai di ripeterlo, viviamo come autistici. Io sicuramente, voi fatevi un’esame di coscienza. Come si può sognare una vita senza mai uno scossone? Io non so se la sognavo, io non so cosa sognavo. So che mi ritrovo così e faccio di tutto per restarci, salvo poi accorgermi saltuariamente che il mondo vero, la vita vera, è probabilmente un’altra. Quale smisurata ironia in queste mie parole, io che quando ero in Giappone dicevo che la vita vera era un’altra (questa), che quando volevo viaggiare e girare pensavo ma tanto la vita vera è un’altra (questa), adesso che ho quella vita vera di cui parlavo a vanvera penso che non può essere, che tanto la vita vera è un’altra. Quindi che cosa mi insegna tutto ciò? Due cose: o che la vita vera non esiste, o che sono in ogni caso fottuta.
Che strana giornata oggi.
Torno a casa sotto la pioggia, con i nervi a fior di pelle. Poi dice sei meteoropatica, e vorrei vedere, il 28 maggio fa un freddo di minchia! Ho le Converse sfasciate e mi entra l’acqua nei piedi, una cosa che detesto con tutta me stessa e mi peggiora ancora l’umore nel tragitto breve tra la macchina e casa. Smadonno. Mangio, vedo un po’ di tv, lavoro. Routine autistica. Sto traducendo un manga a dir poco orrendo e oggi lo accuso più del solito, ma devo finirlo prima di partire e quindi pedalare. Ah sì. Venerdì parto e vado una settimana a New York, in vacanza. Altra cosa. Le partenze, per quanto amatissime, mi mettono nello stato di ansia del “devo fare la valigia”, ansia che scompare appena messo piede nell’aereo. Grazie a una curiosa combinazione di eventi, altrimenti nota a Roma come “pulciaraggine” il volo che io e le mie comari di viaggio prendiamo fa scalo a Istanbul (come andare da Roma a Milano passando per Bari) e quindi la tratta lunga sarà di circa 11 ore. Non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho volato per 11 ore in compagnia. Giuro, non me lo ricordo. Forse nel 2002, boh. In realtà non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho preso un qualunque aereo insieme a qualcuno. C’era sempre qualcuno ad aspettarmi (oddio, quasi sempre) ma mai in volo. Sono cose. E insomma parto e devo ancora fare TUTTO, l’unica cosa che so è che nel mentre ci sarà anche il mio compleanno e devo inventarmi qualcosa di pazzesco per quel giorno. Ma prima devo finire sto mangaperilcazzo, domani andare alla festa di compleanno di un’altra amica, dopodomani a cena al thailandese, riuscire a ficcare la visione di Cosmopolis da qualche parte, la routine insomma. La routine spezzata da un vetro rotto, che ti fa riflettere sulla dannosità della routine stessa. La routine che ti fa sentire al sicuro, come se niente possa mai succederti, e quando prima o poi, inevitabilmente, qualcosa ti succede, anche una cosa ridicola come un finestrino rotto, ti sembra di essere dentro Matrix, i muri e le persone diventano cascate di numerini verdi. Un discorso da strafatta di acido, cosa che (purtroppo) non sono. Il pomeriggio finisce con mia madre che telefona e mi invita a cena, io che bofonchio al telefono, dico di no, lei si incazza, io mi incazzo, sbatto tutto via e vado a riprendere la macchina, che l’amico meccanico di mio padre ha già rifatto nuova. I padri. Ma succede questo, scendo e vado alla smart e sul parabrezza trovo una MULTA. Resto attonita. Non ci posso credere. Datemi UNA possibilità su UN MILIONE di prendere una multa e io LA PRENDERO’! Perché la macchina di mio padre non ha il bollino per parcheggiare in fascia blu come la mia, e io questo lo sapevo, ma sotto la pioggia e con zero parcheggi non mi sono fatta tanti scrupoli e ho detto, BE’ per qualche ora, stasera gliela riporto, che sarà mai? MULTA. Anche con macchine altrui, multe per conto terzi, datele a ME! Arrivo dai miei furente e faccio il minimo sindacale per riprendermi la mia macchina, l ‘amata Gilda (che tra parentesi finisco di pagare il mese prossimo e in tre anni ne ha viste più lei che un furgone della Dakar) e agguantare una cuccumella di fagiolini cotti che mia madre mi allunga caritatevole.
Che strana giornata.
Torno di nuovo a casa mia, per finire di lavorare e finalmente schiantarmi sul divano davanti al nuovo episodio di Mad Men, il terzultimo della stagione. Non vedo l’ora.
Litigo anche con la gatta, la chiudo fuori dalla stanza, finisco quello che devo e mi preparo i fagiolini con un hamburger di soia. Sto facendo una specie di dieta per cui alcuni giorni soffro volontariamente la fame nutrendomi di puffbacche mentre altri ordino la pizza alla sugna e sparo la panna spray sulla torta al cioccolato. La dieta Dukazz. Ma il momento agognato arriva. Ed è trascendente. Nel senso che trascende il mero significato di quello che sto vedendo, semplicemente una delle più belle puntate di Mad Men di sempre, e di nuovo mi risbatte in faccia la mia condizione, io che fremo e urlo e mi agito di fronte a una fiction, mando messaggi col cellulare per condividere, rivedo la puntata da capo, resto sul divano a fissare il vuoto, mezza commossa, mezza stravolta. È solo una stupida puntata di uno stupido serial, ma di nuovo realizzo, stavolta più nitidamente, che tutto quello che mi manca è un’altra persona su quello stesso divano. E che DAVVERO vorrei essere Peggy Olson e non lo sono.
Ed è disarmante.
Buonanotte.

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