And the winner is

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Eccomi! Da dove comincio??
Innanzitutto vorrei sottolineare che lunedì 26 settembre c’è stato il picco assoluto di visite da quando ho cambiato piattaforma, cioè da un anno e mezzo quasi! 219 clic in un giorno (per me è grasso che cola) e tutti per il QUIZZONE, che quindi ufficialmente tira più del Giappone, più del gossip e più di tutto il resto.
Ovviamente anche il record dei commenti, 43. Roba che manco Pulsatilla ai tempi d’oro.
Poi ci sono stati ben 16 partecipanti!! GRAZIE!! C’è un traduttore in ognuno di noi, vedete?? Come disse Madonna nell’87, VI AMO THUTTIH! C’è anche chi mi ha mandato la traduzione via sms (ed era pure bella) ma gli ho già detto che non vale. Dice che vuole comunque il pranzo pagato, la risposta è NO.

Ora passiamo ai premi.
A malincuore, perché alcune traduzioni mi piacevano, ho eliminato quelli che hanno considerato il secondo e il terzo “they” come riferiti a “essi” e non a “brains”. Possiamo parlarne per giorni, ma secondo me ha più senso che sia il cervello che non porta a nulla di buono, e non gli altri.
Ho eliminato anche le traduzioni con troppe parole, perché avevo detto che la frase più o meno doveva stare nel poster.

PREMI COLLATERALI E FUORI CONCORSO

– MAREMMAMAJALA vince il Premio Simpatia, sicuramente la traduzione migliore in dialetto 😀
– NOVOCAINA vince il Premio Crusca, l’unica ad essersi accorta della diabolica assonanza (anche se ha il blog protetto e quindi di lei nulla si sa).
– C&B vince il Premio Parafulmine, per la sua originale interpretazione 😛
– GIULIA vince il Premio Leopardi, la poesia ci piace assai!

IL PODIO

Dopo attenta e accurata analisi (giuro, oggi in ufficio invece di lavorare pensavo a questo), dico che, in my humble opinion, le tre migliori traduzioni sono quelle di
SERENA – la più simile alla mia, che comunque non mi soddisfaceva del tutto (medaglia di bronzo)
.G – intanto complimenti per il nome, e poi anche per l’ottima capacità di sintesi. Meglio della mia traduzione (medaglia d’argento)
ANNARELOADED – Eri a pari merito con .G ma poi quel “purtroppo” mi ha conquistata. Ok, sono pazza. Sintesi e senso (medaglia d’oro)

Quindi la vincitrice è ANNA!! Che poi è la stessa con cui ero in Ecuador!!
Ora non dite che faccio preferenze, perché conosco almeno la metà dei partecipanti, quindi la probabilità che uno di loro vincesse era altina.
Se la vincitrice non ha niente in contrario farò un post su di lei (non so ancora in che modo…), sennò mi dica in un commento se vuole che parli di altro (e di che cosa) (aiuto).

VI AMO THUTTIH!
Che belli i quizzoni!

Chi vuol esser traduttore (UPDATE!)

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Bene. È il momento per Alabama di lanciarsi nel QUIZZONE!
Non so perché ma mi è venuta questa idea balzana, mentre postavo l’immagine che vedete nel post precedente.
La guardavo e mentalmente cercavo di tradurla in italiano, perché ormai ho il cervello fottuto e traduco automaticamente qualunque parola straniera mi passa davanti (anche di lingue che non so).
Il punto non è tradurre, perché il significato bene o male lo capiamo tutti, il punto è proprio LA RESA IN ITALIANO.
Ci ho messo un’ora. Alla fine ho trovato una soluzione quasi accettabile (per me) e pensavo chissà altri come la renderebbero.

VOLETE CIMENTARVI??
DIVENTATE ANCHE VOI TRADUTTORI PER UN GIORNO! 😀

Le regole sono queste:
– Bisogna tradurre la frase scritta nel disegno del post precedente, rendendola corretta e scorrevole in italiano, mantenendo ovviamente il senso originale e non tralasciando nessuna parte. Immaginatevi un poster con quella frase, ma in italiano.
– Vale una sola risposta, da scrivere nei commenti, quindi pensateci bene.
– Possono partecipare tutti, anche i traduttori, se ce ne fossero (non è che per loro sia più facile, l’italiano lo sappiamo tutti ed è quello che conta)
– Vincerà la frase che rispetta più fedelmente il senso dell’originale, a mio insindacabile giudizio (il blog è mio, no?) ma motiverò la scelta.
– Non farò favoritismi (ve dovete fidà).
– Se nessuna soluzione mi convince, non vince nessuno. Ma se partecipate in tanti le probabilità che qualcuno vinca aumentano, no?
– Il vincitore avrà… un post dedicato! Cioè un post in cui io parlo del vincitore, non so ancora in che modo, se serio, divertente, corto, lungo ecc. anche nel caso fosse uno sconosciuto (qualcosa inventerò). Se il vincitore non vuole che si parli di lui scriverò un post in base a quello che lui mi dirà. Cioè, sceglierà l’argomento.
– Dai, non è divertente?!? OSATE!!
– LA DEADLINE E’ MARTEDI’ 27 SETTEMBRE ALLE 23.59!

[Più rileggo più penso che è VERAMENTE la cosa più idiota che potevo inventarmi, ma vabbè]

I guess

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(Spencer Charles)

Ecuad’or – La cronistoria

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[Scusate la latitanza ma il rientro mi fu fatale. Ho avuto mal di testa per giorni, “caro, ho mal di testa”. Adesso quindi vi beccate un atroce malloppo senza fine, one shot, così poi passiamo oltre. Alè!]

1 notte a Guayaquil
Dopo un volo estenuante privo di film (aereo Alitalia = FAIL) arrivo a Guayaquil, ma solo io, lo zaino no. Che bello. Esco fuori dopo lunga attesa e trovo Anna, sembra che ci siamo salutate il giorno prima in Cambogia. Mi dicono che lo zaino arriva il giorno dopo, andiamo in ostello in una zona luridissima e ceniamo in un posto boh… arabo? Non ricordo. Sdraiata sul letto penso “ma dove diavolo sono?” (lo faccio sempre). Anna si siede sul dentifricio, l’acqua della doccia è fredda, fa abbastanza caldo. Il giorno dopo recupero lo zaino e partiamo per Puerto Lopez, sulla costa, perché vogliamo andare al mare.

4 notti a Puerto Lopez
Arriviamo e troviamo NUVOLE. Le nuvole ci accompagneranno senza sosta, ma il paesino sembra una cosa molto far west, strade polverose, quattro case e baretti scalcinati, quindi ci piace. Il lungomare è pittoresco, con le amache e i tavolinetti, se ci fosse il sole sarebbe il paradiso. Ma non c’è, anzi io sto in scarpe chiuse e pantaloni lunghi. Troviamo una stanza in una specie di pensione, 6 dollari a notte. La signora Solanda è molto accogliente e ci sono altri backpackers. L’acqua della doccia è fredda. Prenotiamo subito un tour a Isla de la Plata, davanti alla costa, perché la mia missione è VEDERE LE BALENE!! E ci garantiscono che CI SONO. Bene. Il giorno dopo andiamo. Ci imbarchiamo su una barchetta aperta e siamo una decina, seduti tutti intorno ahah che allegria. Una famigliola francese (tutti odiosi) con una neonata che dorme tutto il tempo, una coppia spagnola, un ragazzo svizzero, due donne GIAPPONESI!! Io e Anna commosse parliamo con loro. Insomma la barca parte. Il mare si muove. Tanto. L’isola è a un’ora e mezza di navigazione. Il mare è MOSSO e la barca è PICCOLA. Si muove TROPPO. Resisto nemmeno mezz’ora, mi aggrappo al braccio di Anna e come nei migliori cartoni animati divento verde e passo da “normale” a “esplosione di vomito” in una frazione di secondo. ALABAMA JONES LUPO DI MARE. E dire che non ho MAI sofferto di mal di mare, mal d’auto, mal d’aereo, niente. La vecchiaia, signoramia. Dopo il fattaccio mi sento meglio ma sono ormai lo zimbello della barca, ovviamente l’unica ad essersi cimentata in tale performance. Quando arriviamo alle balene sono ancora debilitata ma ciò non mi impedisce di fare mille foto al capodoglio che fa le capriole in acqua, che BELLO! Grande emozione. Missione compiuta. Sull’isola vediamo una quantità di bestie assurde, uccelli con le zampe azzurre e uccelli con le zampe rosse, in un paesaggio desolato senza un filo d’erba e pieno solo di rametti secchi. Gli uccelli maschi conquistano le femmine portando loro i rametti secchi e così la filosofia del rametto secco pervade l’intera vacanza. Al ritorno non vomito, mantengo lo sguardo vacuo sull’orizzonte e prego iddio che la traversata finisca presto. Non ho mai amato tanto la terra ferma. A Puerto Lopez ci ingozziamo di ceviche, una zuppa fresca di pesce condito con lime, coriandolo, cipolla e peperoni, una cosa DELIZIOSA. Mangiamo BANANE in tutti i modi possibili, cotte, crude, cucinate, nella zuppa, in crocchette, arrosto, fatte a mo’ di patatine cric croc (ottime) e ci dicono che in realtà non sono normali banane ma “platanos” cioè bananoni più grossi e verdi. Evabbè. Scopriamo il “peggior bar di Caracas”, cioè un baretto lurido che si chiama “el negro Che Guevara” (!) con i tavoli fuori e i vecchi che giocano a carte bevendo birra. Ci sediamo fuori anche noi a giocare a carte e bere birra. Ci guardano sorpresi. Mentre il tempo fa SCHIFO, pioviccica, è nuvoloso e fa freddino, facciamo un’altra escursione (in taxi per fortuna, non barche!!) ad Agua Blanca, con gita nel parco nazionale di Machalilla e nuotata nella pozza termale in mezzo al bosco (qui ci sono più alberi). Che BELLO. A mollo nell’acqua (fredda) termale in mezzo al bosco in mezzo alla prateria in mezzo al nulla penso di nuovo “ma dove diavolo sono?”. Ci regaliamo a vicenda un ciondolo fatto di conchiglia spondylus, altro leit motiv della vacanza, oggetto dai molteplici poteri magici (?).

1 notte a Canoa
Partiamo per il nord in cerca di sole. Puerto Lopez bello ma nuotare al mare? Prendere il sole? Niente. Il tragitto è lungo e tutto in bus (ovviamente) e ci fermiamo una notte a Canoa, ritrovo di surfisti (non in questa stagione) e pub stile occidentale per turisti sfigati. Dormiamo in una stanza senza zanzariere (ma il boss ci dice di stare tranquille perché “le zanzare vanno solo dove ci sono le zanzariere”. Ah. Mica ci avevo mai pensato, che SCEMA) l’acqua della doccia è fredda e la gente comincia a stupirsi, anzi a restare scioccata, dal fatto che entrambe siamo “solteras”, cioè single. Sgranano gli occhi e chiedono come sia possibile. EH GIA’. Il punto è che lì alla nostra età hanno già figli adolescenti, le ragazze si sposano anche a 15-16 anni e poi giù a fare figli. Il discorso socio-antrolopogico si fa interessante, lo approfondiremo in seguito. A bordo del bus svalichiamo l’Equatore (!) e ci ritroviamo nell’emisfero nord, così, senza colpo ferire.

4 notti a Tonchigüe
Arriviamo nel paesino perfetto, luogo di mare sempre abbandonato da dio, con l’oceano di fronte e dove però finalmente c’è un po’ di sole e fa decisamente più caldo. Qui si passano le giornate in spiaggia (deserta) e in acqua a buttarci contro i cavalloni o chiacchierare (senza costume, tanto non c’è nessuno), mentre intorno uccellacci tipo avvoltoi razzolano sulla sabbia e cani in decomposizione passano le giornate a grattarsi. Anna fa “il passo del tacchino allegro” per imitare gli avvoltoi e io ogni volta mi piego in due dalle risate. La sabbia è nera e ferrosa, tanto che mi si attacca alla chiusura metallica della borsa (che infatti è una calamita). Qui cambiamo pietanza e invece del ceviche ci ingozziamo di encocado, cioè pesce cotto nel latte di cocco, orrendamente buono perfino per me che detesto il cocco. Il cibo è sempre buono, nei bus salgono venditori ambulanti con pane di yuca e pane all’ananas, buonissimi, nei ristoranti superluridi (per cui Mr. Lonely Planet ci biasimerebbe) danno piattoni di riso, carne e “menestra” (cioè lenticchie in umido) e succhi di frutta da far girare la testa. Scopro la MARACUYA, che diventa l’altro mio frutto esotico preferito insieme alla papaya. Di fatto mangio più che a Roma (strano…) in luoghi al limite dell’igienico (cioè, limite superato quando vedi gli scarafaggi che pascolano a terra) e zero problemi di pancia, stomaco, ecc. ALLA FACCIA DI MR. LONELY!! La conclusione è che non si possono giudicare posti del genere usando i nostri canoni occidentali da ricchi. Noi viviamo in una bolla disinfettata e asettica di pulizia e igiene, a sentire le cazzate che ci raccontano soltanto a mettere piede in uno dei loro bar dovremmo sgretolarci di infezioni e colera, ma sentite ammé, NON E’ VERO! Io, che sono comunque un po’ attenta e schizzinosa (figurateve un po’), ne sono la prova vivente. La civiltà è sicuramente una cosa bella e dopo un po’ che non ce l’hai ti manca, non dico di vivere appesi ai banani o bevendo acqua marcia, ma il resto del mondo là fuori non vive disinfettando le maniglie di casa con l’amuchina!! Ci hanno fatto il lavaggio del cervello!!
Restando in tema vita spericolata, l’episodio splatter di Tonchigüe si verifica il giorno dopo il nostro arrivo, in camera. Compare dal nulla una BLATTA grossa ve lo giuro DIECI CENTIMETRI, NERA e VOLANTE! La faccenda del vomito diventa un ricordo allegro di momenti felici. Io con la mia insetto-fobia vivo attimi di TERRORE PURO, tremando e urlando, mentre Anna (anche lei vagamente fobica ma di certo con più spina dorsale di me) cerca di mantenere il controllo. Rinchiuse sotto la zanzariera sul letto cerchiamo di fare un piano per uscirne vive, e dopo il quarto d’ora peggiore di sempre, tra urla e goffi tentativi di sterminio, arriva un ometto locale munito di attrezzo contundente che prende letteralmente a mazzate l’orrida bestia, frantumandola. Assisto alla scena impietrita, dovrò andare in analisi per superarlo, lo so. La notte successiva la passo totalmente insonne immaginando mostri giganti che mi divorano e zompando al minimo cigolio. Belle cose. Scene horror a parte la stanza è grande e costa i soliti 6 dollari a notte, ovviamente l’acqua della doccia è fredda, ma abbiamo anche la tv. La sera dopo guardiamo placide il milionario ecuadoregno (dove in realtà il premio massimo è 50.000 dollari) mangiando maracuya col cucchiaio e rispondendo a tutte le domande. In spiaggia conosciamo Martìn, che oltre a provarci con me (senza successo, mi spiace) ci dice in tutta tranquillità (allucinato dal fatto che fossimo solteras) che la figlia di suo cugino o roba del genere si è sposata a 12 anni (DODICI) con uno di 25. Ecco. Qui comincio a stranirmi e scatta la voglia di aprire un’inchiesta sulla legislazione ecuadoregna in materia di matrimonio e pedofilia. SIAMO MATTI?!?!? Ma io denuncio tuo cugino!! Dice che della legge chissenefrega, uno a casa propria fa quello che vuole. AH CERTO. Mi chiedo, ancora una volta, se l’Ecuador sia secondo o terzo mondo, perché a livello di leggi e stato mi pare che non ci siamo proprio. Io mi esprimo nello spagnolo del liceo e non riesco dunque a manifestare al meglio la mia disapprovazione. Però checcazzo.

2 notti a Quito
A malincuore prendiamo il bus per andare nella capitale, perché il rientro si avvicina e dobbiamo fare ancora dei giri. Anche IL BUS è sinonimo di secondo/terzomondismo, dato che i treni mi dice Anna che praticamente non esistono. La mancanza di infrastrutture (come anche in Indocina, ad esempio, ricordando la Cambogia e il Vietnam) è una costante dei paesi “non-occidentali” nel senso di non ricchi. Pare assurdo da tutto quello che sta succedendo ora ma sì, l’Europa è ancora piena zeppa di paesi RICCHI. Noi abbiamo i treni. Loro no, hanno gli aerei e gli aeroporti ma poi sul breve tragitto prendi la corriera, che a volte è superfica (e ha uno schermo che trasmette SEMPRE Ràpidos y furiosos indovinate che film è?), altre volte è una carretta aperta ai lati, con solo i sedili e il tetto. E ovviamente non ci sono neanche le autostrade AHAH! Su per stradine in montagne altissime, già per discese sterrate. Evviva. Però non ho più vomitato, fiuuuu.
A Quito dormiamo in camerata in un ostello very friendly e carino (ma l’acqua della doccia è fredda), dove incontriamo un italiano strambo di Modena che si è trasferito in Ecuador (e vive in ostello…) per prendere una licenza di Linux. Ma c’è bisogno di andare in Ecuador? Mistero. Il giorno dopo l’arrivo prendiamo il bus “TRANSHEMISFERICO” (!!) per andare alla Mitad del Mundo, cioè il punto esatto dove passa l’Equatore, che sta a 20 km da Quito e io ci volevo andare assolutamente perché è la classica meta per turisti bamboccioni (cioè io). Appena arrivate una guida locale ci arpiona e per 8 dollari a cranio ci porta a fare un giro su un vicino vulcano (di cui rimane solo la base) illustrandoci tutte le prodigiose doti delle locali erbe medicinali. A un certo punto dice che quando hai mal di testa è meglio curarselo con il decotto di %/£&”%  sennò la testa potrebbe ESPLODERE. Poi uno dice il progresso… C’è il museo INTIGNAN (“inti” significa “sole” in lingua quechua, unica parola che ho imparato) che però glissiamo tranquillamente dopo che la guida ci dice che il monumento dedicato all’Equatore è spostato di 200 metri rispetto a dove passa veramente. Sigh, che sfigati. Gli inca sì che la sapevano lunga, infatti l’unico monumento VERO messo esattamente sulla linea dell’Equatore lo hanno fatto loro e sta tuttora sul cucuzzolo di una montagna lì nei pressi, dove però non siamo andate. Restiamo a fare le funambole sull’Equatore per un po’ e poi torniamo in città. Siamo nel quartiere fashion dei turisti occidentali e ceniamo con delle crèpes buonissime in un localetto gestito da un francese (giustamente). La sera prima avevamo mangiato messicano, ma era clamorosamente tarocco, nel guacamole mancava il lime (ma dico io, come si fa!!!).

2 notti a Guayaquil
E quindi torniamo al punto di partenza. Anna parte il giorno prima di me, quindi dobbiamo stare in città per tempo. Altre otto ore di bus da Quito a Guayaquil, sveglia alle 5.45 per prendere il bus delle 6.45, che però era stato soppresso e quindi attesa fino al bus delle 9 giocando a carte alla stazione dei pullman (oltre a grandi risate mentre Anna sbraita con la cassiera urlando “NO TIENE SENTIDO!!”, cioè “non ha senso”, quando quella ci dice che per cambiare biglietto dobbiamo andare alla stazione centrale e poi tornare di nuovo lì a prendere il pullman, che però sarebbe passato per la stazione centrale (???) ovviamente non avviene nulla di tutto ciò). In quei frangenti ti rendi conto, come mi fa notare Anna, che non sei in uno stato di diritto, perché tu non hai alcun diritto rispetto al bus che non parte. Il bus non c’è, fine. Avevi il biglietto? Mi dispiace, prendi quello dopo. Avevi un impegno? Problemi tuoi. Ovviamente bestemmiamo mezz’ora per il sonno perso inutilmente, ma poi la partita a scopa ci rapisce. Il sedile del bus è di una scomodità rara e sulla tv danno, indovinate? Ràpidos y Furiosos. A Guayaquil dormiamo in un VERO ALBERGO, prenotato da me, con la doppia a 14 dollari (restiamo in media). No camera, no ostello, ma ALBERGO. La stanza sembra una cella e i corridoi fanno paura ma l’acqua della doccia è CALDA!!!!! Resto sotto un’ora ed è come aver appena inventato il fuoco, una sensazione indescrivibile. La sera mangiamo nel ristorante con gli scarafaggi a terra, ma ehi, sono ancora viva, no? Un ristorante vegetariano, per altro… Dopo due settimane a carne, riso e banane, ho come la sensazione che mi stia venendo lo scorbuto, quello che viene quando non mangi verdure (mio padre mi minacciava da piccola “ti viene lo scorbuto!!”). Ora che sono addicted a tofu e insalate, ne sento DAVVERO la mancanza. Il giorno dopo lo passiamo a bighellonare sul Malecòn 2000, che è un bellissimo “lungofiume” moderno e attrezzato, con musei, centri commerciali, panorami, davvero fico. A Guayaquil scorre il fiume Guayas, bello grande, che nasce da quelle parti e sfocia nel Pacifico. Anna parte nel pomeriggio, la accompagno alla stazione centrale dove deve prendere il bus e grandi abbracci e ci vediamo l’anno prossimo chissà dove. Tristezza. Resto da sola e medito di andare al cinema, ma no, me ne torno al Malecòn. Scopro il mercato dell’artigianato lì dietro ed è LA ROVINA, spendo quasi tutto quello che mi resta, tra souvenir e cuscini di alpaca (!!). Il giorno dopo ho l’aereo a mezzanotte quindi ho tutto il giorno per cazzeggiare. Torno al mercato (ARGH) e poi mi infilo nei musei (gratuiti) sul Malecòn, dove una guardia attacca bottone. Il fatto merita di essere raccontato. Questo guardiano bassotto e tracagnotto mi chiede di dove sono, cosa faccio, e rimane allibito dal fatto che io sia in viaggio di piacere. Mi chiede “ma non hai paura?” gli dico di no, che basta stare un po’ attenti, non vado in posti pericolosi ecc. Lui mi dice che non è mai uscito nemmeno da Guayaquil (avrà 40-45 anni) e che non riesce a immaginare cosa si provi a essere così liberi e mi invidia. Io resto abbastanza di sasso. Quando gli dico che mi servono più di dieci ore di volo per tornare a casa resta scioccato, come se non immaginasse neanche che un aereo possa volare così a lungo. Mi fa mille domande ma io a un certo punto devo andare e lo saluto. Mi ribecca fuori mentre passeggio, io penso cheppalle mo vorrà invitarmi a cena o roba del genere, e invece no, è tranquillissimo, mi dice ridendo che si chiama Jenar, cioè l’equivalente di Gennaro (che sapeva essere il santo protettore di Napoli) e mi parla della moglie e delle sue cinque figlie. Gli dico auguri, cinque figlie… Continua a chiedermi dei viaggi, mi racconta di suo fratello che vive in Spagna e lo invita sempre ad andare ma lui trema al solo pensiero di lasciare casa sua, però poi, e qui è il mio vero shock, mi chiede se sono su Facebook. Gli dico no, non lo uso ma perché tu lo usi? Mi risponde sì. E lì mi si illumina un mondo e capisco, in un attimo, che Facebook è l’equivalente virtuale della Coca Cola e del MacDonald, è una multinazionale del terrore esattamente come quelle. Ok, non sfrutta i bambini africani, ma è sempre ottusa globalizzazione coatta. Con Anna per due settimane abbiamo giocato a identificare le multinazionali del terrore, la Pepsi, la Unilever (quella dei detersivi) di cui fa parte la ALGIDA ragazzi, che in Ecuador si chiama PINGUINO e tappezza di loghi interi paesini sperduti. Non hanno i treni, non hanno le leggi, non hanno igiene, ma hanno Coca Cola e Magnum. E Facebook. Jenar non si è mai mosso da casa sua ma ha Facebook. Nei paesini tipo far west in riva all’oceano, senza strade e con le blatte in camera, le ragazzine andavano nell’unico internet point per controllare Facebook. E magari hanno la quinta elementare. È da pazzi. Lungi da me ricominciare la crociata, è solo una constatazione. Puoi permetterti di ignorare Facebook, o di boicottare la Nestlè, quando sei già OLTRE. Quando sai che c’è dell’altro e puoi permetterti di scegliere. Quando invece è l’UNICA cosa che hai, che in qualche modo  ti avvicina al progresso, alla ricchezza, all’Occidente, ti ci attacchi con tutto te stesso, ti sembra una conquista. Ma tutte queste cose abbassano pericolosamente la soglia di attenzione su quello che serve VERAMENTE, generando solo ignoranza. La conquista non dovrebbero essere le strade, l’acqua calda corrente, le misure igieniche, i treni? Questo dico io. In un paese dove c’è ancora il colera, la conquista non può essere Facebook.
Con Jenar riesco a indagare anche sulla situazione matrimoni pedofili. Mi dice che la legislazione in merito non esiste e ognuno fa il cazzo che vuole (letteralmente…) anche se per lui così non va bene ed è sbagliato smettere di andare a scuola per avere figli. Ma si vede che in città le cose sono diverse, vedo ragazzi con i libri seduti ai tavolini a studiare, vedo università affollate, vedo ragazze ultraventenni con nessuna intenzione di procreare. Comunque anche Jenar si stupisce che io sia soltera, e vabbè.
Lo saluto dopo la passeggiata rimuginando sul tutto e passo in albergo a prendere lo zaino per poi dirigermi verso l’aeroporto.
Torno a casa.

Scalo ad Atlanta
Solo una parentesi. Con dieci ore di scalo posso permettermi di andare a cercare l’Apple Store più vicino. Prendo la metro che dall’aeroporto mi conduce direttamente in un enorme centro commerciale, dove in due ore spendo più o meno quanto ho speso in due settimane di Ecuador. Nell’Apple Store, con i prezzi ridotti di un terzo rispetto ai nostri, trovo il device definitivo, quello a cui IO sarò sempre devota. Proprio così, mentre tutto il mondo fa a gomitate per l’iPhone 15 e l’iPad 22 io mi compro… l’iPod Touch! It’s sooo 2007! Alabama vintage. Chiedo al commesso “ma cioè… l’unica differenza con l’iPhone è che questo non telefona?” “Esatto. Quello e il prezzo.” “MIOOOOO!!!” Non voglio telefoni, non voglio tariffe e contratti e bollette. Voglio un aggeggio che abbia le app e si connetta wi-fi per quando sono in viaggio. Ora ce l’ho e l’ho pagato un decimo dell’iPhone e HO VINTO. Ovviamente compro anche altra roba (che mi serviva!!) e striscio la carta fingendo scioltezza (fake).
Poi capito davanti a Banana Republic, attirata dalla pubblciità di Mad Men esposta fuori (hanno una collezione Sixties ispirata alla serie GHA!). Il negozio di abbigliamento definitivo, che ovviamente a Roma non c’è. Dopo che la commessa mi dice che TUTTA LA MERCE è al 30% di sconto (IL TRENTA PER CENTO!!!) lo ribattezzo Alabama Republic e compro la qualunque, rischiando di perdere l’aereo a furia di misurarmi jeans, e alla fine ne compro un paio ridicolmente stretti che però mi fanno le gambe di Megan Fox (AHAH! CERTO.)
Come vedete mi ci vuole poco per tornare schiava del progresso.

[E questo è quanto. Ci ho messo una settimana a scrivere tutto. Siete ancora vivi? Ne dubito. Preferivate spezzettare il tutto in diverse puntate? Se vi ricordate provai a fare così con la Cambogia e finì in vacca. Meglio report-fiume? Comuqnue ormai è fatta.
Arriverà anche il filmaggio con le foto, che sono qualche centinaio e prima o poi le sistemerò.
Prima o poi.]

Spoiler geografici

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Ancora in bilico

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Sono ancora al 2 settembre e sono ancora in Ecuador.
Guayaquil, dove sono arrivata due settimane fa e sono tornata ieri per prendere il volo di domani.
Annalicchia e’ partita oggi, perche’ lei se ne va all’Isola di Pasqua a compiere trent’anni, e io resto qui un giorno e mezzo da sola a familiariazzare con il ritorno.
Mi sembra di essere via da mesi. Credo sia un bene, o no?
Sono nella lobby dell’albergo, i cui corridoi ricordano gli horror ambientati in ospedali o appunto alberghi (e non parliamo delle camere) e dopo aver girovagato un’ora in rete, come non facevo da due settimane, mi sento di colpo gia’ a casa. Quindi la rete e’ casa, quando leggi Repubblica, i soliti blog, le solite news e rientri nel solito mondo. Credo sia un male, o no?
Aver letto dei film in uscita e dei fumetti in uscita pero’ mi fa venire il formicolio alle mani e ai piedi e mi proietta avantissimo di testa e di cuore, la superAlabama settembrina di sempre.
Comunque vada, so che ho “ricaricato le pile” alla grande, per usare un’espressione che odio abbastanza ma non importa.

Domani e’ il primo di due lunghi lunghi giorni, tra attese, aerei, fusi e aeroporti. Sono le dieci e mezza e credo che andro’ a letto. Non ho cenato, ma una cosa va detta, non ne posso piu’ del cibo locale, buono eh, ma non ne posso piu’. Aridateme il tofu.
Forse ad Atlanta riesco a raggiungere un Apple Store e fare razzia.

Alla prossima, da casa.