Era il 2000. Mentre il millennium bug si rivelava un buco nell’acqua io avevo 21 anni, facevo lettere, vedevo molti film e leggevo moltissimi manga. A settembre il primo ragazzo di cui mi fossi realmente, follemente, inesorabilmente innamorata mi mollò, ma il colpo fu meno forte di quanto pensassi. Sapevo che, come si dice, non eravamo fatti l’uno per l’altra. Cominciavo il terzo anno di università ma me ne importava sempre meno, rimasta single e con il cuore infranto decisi che era ora di imbarcarsi, o almeno provarci, nella cosa a cui pensavo da quando ero adolescente.
Al liceo ero già grafomane, scrivevo su tutto quello che mi capitava a tiro dato che i blog non esistevano, fogli, libri, diari, banchi, muri. Pagine e pagine, oppure solo una frase, o un titolo, o una parola, una sillaba, una lettera. Facevo le “scritte” sui diari delle compagne, mi divertivo, riuscissi a recuperare un decimo della fantasia che avevo allora la mia vita oggi prenderebbe pieghe inaspettate. Comunque. Scrivevo tanto e scrivevo sui banchi e sui muri, ma non cose tipo TVB oppure VIVA IL GRUNGE, mi ricorderò sempre che una volta scrissi a lettere cubitali su una parete della classe VOGLIO ANDARE IN GIAPPONE. Questo per farvi capire come e dove incominciava la pazzia, che per avere un inizio del genere non poteva che continuare peggiorando esponenzialmente.
Nel 2000 perciò decisi. Ero “grande”, senza più compiti in classe né interrogazioni, avevo un po’ di soldi da parte ed ero pure tornata single. Mi iscrissi. Corso base di giapponese.

Cominciò come uno scherzo, con i miei che pensavano mollassi dopo un mese (data la mia proverbiale costanza) e io che già mi facevo i conti di quante assenze avrei potuto fare durante l’anno, visto che c’era una soglia minima di presenze per accedere all’esame finale. Già pensavo a come fare il minimo sforzo.
Feci il test di ammissione, una cosa attitudinale dovuta ai posti limitati. Mi sembrò tipo i giochetti della settimana enigmistica, cose di memoria, di logica, niente di che. Passai. Davanti ai quadri una ragazza sconvolta e arrabbiata diceva che non era possibile che non l’avessero presa, che l’aveva già fallito l’anno prima ed era certa di avercela fatta, aveva pure ritirato i soldi per pagare la quota. Io guardavo i fogli appesi col mio nome e cognome nella lista, ero contenta al di là di ogni immaginazione ma non potevo dirglielo, tentai di consolarla senza successo.
Cominciò così.
Prima lezione il 17 ottobre 2000, martedì.

Quattro anni di corso, due pomeriggi a settimana, due esami l’anno, pochissime assenze e soffertissime.
I quattro anni migliori della mia vita. In mezzo la laurea, tre viaggi in Giappone, l’11 settembre, la storia con quello che pensavo fosse l’uomo-della-vita, la morte della mia gatta adorata, dei nonni che mi erano rimasti, un inter-rail allietato dalla varicella, un numero spropositato di film visti e altrettanti fumetti letti. Unica costante: le lezioni di giapponese. I pomeriggi di studio, le pagine e pagine di ideogrammi ricopiati all’infinito, le serate con i compagni di corso (e ancora li vedo), i compiti fatti mezz’ora prima di entrare, i dettati incubo del primo anno, gli esami terrore assoluto e i voti espressi in centesimi.
Amore istantaneo, colpo di fulmine premeditato, ma non avrei potuto immaginare che dieci anni dopo sarei stata ancora qui a parlarne.

Cade OGGI il decennale della prima partenza. Il 9 agosto del 2001 io e tre compagne di corso ci imbarcavamo su un cargo battente bandiera Alitalia (mi pare) per atterrare il giorno dopo nel Paese delle Meraviglie. Fu come sbarcare su Marte. E depositare una calamita potentissima che avrebbe sempre, per il resto della vita, esercitato su di me un’attrazione fortissima e incontrollata, portandomi a ignorare tutto il resto del mondo. Passai un mese tra Tokyo e Osaka, con capacità linguistiche pressoché nulle, e tornai a Roma il 10 settembre, dopo 12 ore di volo intercontinentale con l’aria condizionata sparata in faccia. Il giorno dopo era l’11 settembre. Quel giorno. Assistei come tutti in diretta al crollo delle torri gemelle,  ancora sotto shock per il ritorno e il jetlag, e con una mascella gonfia alla Ridge Forrester, infiammata a morte dall’aria condizionata dell’aereo. Tu che stavi facendo? sembra che sia la frase più ricorrente quando si parla degli attentati al WTC, io ero sul divano, dolorante, con la sciarpa arrotolata intorno alla faccia e la mente ancora in Giappone, a pensare a quando ripartire. Gli aeroporti di mezzo mondo bloccati, mio padre al telefono dall’ufficio che mi dice meno male che sei tornata ieri.

Avevo fatto il biglietto per partire quest’anno, perché il decennale dal primo viaggio volevo festeggiarlo percorrendo la stessa rotta, ma poi è successo quello che è successo.
Dieci anni dopo sono ancora invischiata mani piedi e collo, molto più di allora, in faccende di musi gialli, la mia vita legata a doppio filo agli ideogrammi e agli inchini. Una workaholic del giapponese, fidanzata al mio lavoro, che orrore se mai me lo avessero detto, io che tendo sempre al minimo sforzo.
Dieci anni (di cui uno vissuto laggiù), la storia più lunga che abbia mai avuto, evidentemente destinata ad andare avanti dato che non riesco più a immaginarmi a fare nient’altro. Allontanato lo spauracchio del call center, che per quelli della mia generazione è come l’uomo nero per i bambini, in dieci anni ho messo in piedi quello che può a tutti gli effetti essere considerato un lavoro, non senza alti e bassi, tira e molla, prendi e lascia. Se mi lasciava lui lo inseguivo io, se lo lasciavo io mi inseguiva lui. Come dovrebbe essere con gli uomini.

Dieci anni fa cominciava la seconda parte della mia vita, la cui prima immagine è una mia foto (analogica) con le braccia al cielo e il viso raggiante davanti alla scritta Narita Airport.
Dovevo dedicargli un post, anche se l’intenzione è sempre quella di smettere con le nostalgie, che poi se mi prendono non mi mollano più.

Nel prossimo post, la meta di quest’anno 🙂

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