Il post del giorno che non esiste

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Torno a Roma e trovo 35 gradi, una palla di fuoco semideserta.
Non è vero, vado al centro commerciale e sono tutti lì. Pieno.
Mi servono i gommini per gli auricolari dell’iPod, ché ho le orecchie a sventola e senza una superficie che faccia attrito mi stanno scomodi e cadono.
Incontro per caso un conoscente fumettaro e mi porta da FNAC illustrandomi marche, pregi e difetti di tutti gli auricolari.
Quelli nuovi Apple che si infilano nell’orecchio, col comando sul filo, costano 79 euro.
Trovo i gommini da applicare ai vecchi auricolari, cinque paia di vari colori (tra cui rosa) 3,90 euro. Che svolta.

Torno a Roma di passaggio dopo un viaggio guidando in solitaria per due ore e mezza.
Per tutto il tempo penso al post che dovrei scrivere su quei monti e sul complesso rapporto che mi lega ad essi, ma alla fine eccomi a parlare di tutt’altro.
Non sono nemmeno riuscita a fare le foto che volevo, perché avrei dovuto fotografare ogni centimetro, perché ogni centimetro significa un’infinità di cose.
Ci vado per cinque giorni l’anno e ogni centimetro pesa come una vita intera.

Torno a Roma e ho i capelli che fanno schifo, decido di farmi quella tinta che aspetta sul mobile del bagno da mesi.
Castano mogano, la solita. Il suo compito è coprire i capelli bianchi (pochi ma ci sono) e poi magari dare uniformità al tutto con un colore decente.
Primo commento guardandomi allo specchio: dio, sono strarossi.
Sono scuri e rossi come quando facevo le tinte viola dieci anni fa.
Solo che ora sono lunghi, tanti, scuri e rossi.
Non dovevo cambiare marca.
Sembrano tinti. Sono tinti. Sono strarossi.
E vabbè.

Torno a Roma per un giorno e mezzo, un tempo sospeso nel nulla, un tempo che non esiste tra l’anno vecchio e l’anno nuovo.
So già che a settembre sarò carica a mille, ho già sgombrato la testa da tutte le paranoie, gli stress, le persone e gli affanni dell’anno vecchio, ho fatto tabula rasa e adesso devo solo fare lo zaino e partire.
L’anno nuovo comincia andando in Ecuador, sabato mattina, con gli indispensabili auricolari e un’insospettabile leggerezza.

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Adios!

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Bene, domani schiodo. Levo le tende.
Come al solito l’ansia prepartenza mi divora, più invecchio più la gestisco male.
L’ansiolitico adatto è STICAZZI.
La parola magica eliminastress, STICAZZI.

Devo fare il piccolo bagaglio per stare qualche giorno sui monti con la famigghia e il grosso zaino per andarmene due settimane in Ecuador.
Ah, non ve l’avevo detto. Vado in Ecuador. La nuova puntata delle avventure di Alabama Jones 😀
Diciamo che fino a un mese fa non avrei nemmeno saputo collocarlo su un mappamondo, mentre adesso ehi! Vado in Ecuador!
Per fortuna ho il mio uomo all’Avana, cioè Annalicchia in Sudamerica, che mi attende all’aeroporto. Non la vedo da un anno.
Allora ci becchiamo quest’estate? Massì, dove? Facciamo in Ecuador? Ok.
Più o meno è andata così.
Anzi no, c’è stato un lacerante ballottaggio Ecuador-New York (due cose simili proprio) ma alla fine ho deciso che in fatto di grandi metropoli mi basta Parigi per adesso, e preferisco di gran lunga la playa, i tartarugoni, lo zaino wild e un viaggio tipo Odissea di non so quante ore. Per la prima volta sorvolo l’Atlantico e vado indietro nel tempo. Vedrò molti film temo.

Non voglio sentir parlare di lavoro, in qualsiasi forma e contenuto, fino al 5 settembre.
La cosa divertente è che atterro a Fiumicino il 5 mattina e devo andare in ufficio il 5 pomeriggio. Dopo un viaggio di tipo 25 ore, tra fuso orario e uno scalo mortale di DIECI ORE ad Atlanta. Che si può fare in 10 ore ad Atlanta? Ma dov’è Atlanta? Che cosa c’è ad Atlanta? Boh. Sto vedendo ora che è in Georgia, che confina con l’Alabama. Dio, non potevo fare scalo in Alabama? Uff. La mia prima volta negli USA sarà ad Atlanta. Figata.

Vabbè, di questo parleremo poi.
Non so se e quanto e da dove mi collegherò o riuscirò ad aggiornare, non datemi per dispersa. Diciamo che il blog non sarà la mia priorità, ecco.

Buon Ferragosto e fate i bravi! 🙂

Agosto

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Oggi sono andata a fare shopping per partire, sono entrata da Decathlon e dopo un quarto d’ora sono scappata coi capelli dritti.
Qualcuno doveva dirmelo. Per un’antisportiva come la sottoscritta è come invitare un vegano al mattatoio.

Quindi sono andata da H&M e ho comprato questa:

Una maglietta dei Ramones. Davvero utilissima.

Ora vorrei andare a letto, ma ecco il problema:

Le partenze mi faranno scoppiare la testa un giorno, lo so.

Confessioni di una mente innocua

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Era il 2000. Mentre il millennium bug si rivelava un buco nell’acqua io avevo 21 anni, facevo lettere, vedevo molti film e leggevo moltissimi manga. A settembre il primo ragazzo di cui mi fossi realmente, follemente, inesorabilmente innamorata mi mollò, ma il colpo fu meno forte di quanto pensassi. Sapevo che, come si dice, non eravamo fatti l’uno per l’altra. Cominciavo il terzo anno di università ma me ne importava sempre meno, rimasta single e con il cuore infranto decisi che era ora di imbarcarsi, o almeno provarci, nella cosa a cui pensavo da quando ero adolescente.
Al liceo ero già grafomane, scrivevo su tutto quello che mi capitava a tiro dato che i blog non esistevano, fogli, libri, diari, banchi, muri. Pagine e pagine, oppure solo una frase, o un titolo, o una parola, una sillaba, una lettera. Facevo le “scritte” sui diari delle compagne, mi divertivo, riuscissi a recuperare un decimo della fantasia che avevo allora la mia vita oggi prenderebbe pieghe inaspettate. Comunque. Scrivevo tanto e scrivevo sui banchi e sui muri, ma non cose tipo TVB oppure VIVA IL GRUNGE, mi ricorderò sempre che una volta scrissi a lettere cubitali su una parete della classe VOGLIO ANDARE IN GIAPPONE. Questo per farvi capire come e dove incominciava la pazzia, che per avere un inizio del genere non poteva che continuare peggiorando esponenzialmente.
Nel 2000 perciò decisi. Ero “grande”, senza più compiti in classe né interrogazioni, avevo un po’ di soldi da parte ed ero pure tornata single. Mi iscrissi. Corso base di giapponese.

Cominciò come uno scherzo, con i miei che pensavano mollassi dopo un mese (data la mia proverbiale costanza) e io che già mi facevo i conti di quante assenze avrei potuto fare durante l’anno, visto che c’era una soglia minima di presenze per accedere all’esame finale. Già pensavo a come fare il minimo sforzo.
Feci il test di ammissione, una cosa attitudinale dovuta ai posti limitati. Mi sembrò tipo i giochetti della settimana enigmistica, cose di memoria, di logica, niente di che. Passai. Davanti ai quadri una ragazza sconvolta e arrabbiata diceva che non era possibile che non l’avessero presa, che l’aveva già fallito l’anno prima ed era certa di avercela fatta, aveva pure ritirato i soldi per pagare la quota. Io guardavo i fogli appesi col mio nome e cognome nella lista, ero contenta al di là di ogni immaginazione ma non potevo dirglielo, tentai di consolarla senza successo.
Cominciò così.
Prima lezione il 17 ottobre 2000, martedì.

Quattro anni di corso, due pomeriggi a settimana, due esami l’anno, pochissime assenze e soffertissime.
I quattro anni migliori della mia vita. In mezzo la laurea, tre viaggi in Giappone, l’11 settembre, la storia con quello che pensavo fosse l’uomo-della-vita, la morte della mia gatta adorata, dei nonni che mi erano rimasti, un inter-rail allietato dalla varicella, un numero spropositato di film visti e altrettanti fumetti letti. Unica costante: le lezioni di giapponese. I pomeriggi di studio, le pagine e pagine di ideogrammi ricopiati all’infinito, le serate con i compagni di corso (e ancora li vedo), i compiti fatti mezz’ora prima di entrare, i dettati incubo del primo anno, gli esami terrore assoluto e i voti espressi in centesimi.
Amore istantaneo, colpo di fulmine premeditato, ma non avrei potuto immaginare che dieci anni dopo sarei stata ancora qui a parlarne.

Cade OGGI il decennale della prima partenza. Il 9 agosto del 2001 io e tre compagne di corso ci imbarcavamo su un cargo battente bandiera Alitalia (mi pare) per atterrare il giorno dopo nel Paese delle Meraviglie. Fu come sbarcare su Marte. E depositare una calamita potentissima che avrebbe sempre, per il resto della vita, esercitato su di me un’attrazione fortissima e incontrollata, portandomi a ignorare tutto il resto del mondo. Passai un mese tra Tokyo e Osaka, con capacità linguistiche pressoché nulle, e tornai a Roma il 10 settembre, dopo 12 ore di volo intercontinentale con l’aria condizionata sparata in faccia. Il giorno dopo era l’11 settembre. Quel giorno. Assistei come tutti in diretta al crollo delle torri gemelle,  ancora sotto shock per il ritorno e il jetlag, e con una mascella gonfia alla Ridge Forrester, infiammata a morte dall’aria condizionata dell’aereo. Tu che stavi facendo? sembra che sia la frase più ricorrente quando si parla degli attentati al WTC, io ero sul divano, dolorante, con la sciarpa arrotolata intorno alla faccia e la mente ancora in Giappone, a pensare a quando ripartire. Gli aeroporti di mezzo mondo bloccati, mio padre al telefono dall’ufficio che mi dice meno male che sei tornata ieri.

Avevo fatto il biglietto per partire quest’anno, perché il decennale dal primo viaggio volevo festeggiarlo percorrendo la stessa rotta, ma poi è successo quello che è successo.
Dieci anni dopo sono ancora invischiata mani piedi e collo, molto più di allora, in faccende di musi gialli, la mia vita legata a doppio filo agli ideogrammi e agli inchini. Una workaholic del giapponese, fidanzata al mio lavoro, che orrore se mai me lo avessero detto, io che tendo sempre al minimo sforzo.
Dieci anni (di cui uno vissuto laggiù), la storia più lunga che abbia mai avuto, evidentemente destinata ad andare avanti dato che non riesco più a immaginarmi a fare nient’altro. Allontanato lo spauracchio del call center, che per quelli della mia generazione è come l’uomo nero per i bambini, in dieci anni ho messo in piedi quello che può a tutti gli effetti essere considerato un lavoro, non senza alti e bassi, tira e molla, prendi e lascia. Se mi lasciava lui lo inseguivo io, se lo lasciavo io mi inseguiva lui. Come dovrebbe essere con gli uomini.

Dieci anni fa cominciava la seconda parte della mia vita, la cui prima immagine è una mia foto (analogica) con le braccia al cielo e il viso raggiante davanti alla scritta Narita Airport.
Dovevo dedicargli un post, anche se l’intenzione è sempre quella di smettere con le nostalgie, che poi se mi prendono non mi mollano più.

Nel prossimo post, la meta di quest’anno 🙂

Who knows?

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Parti, e poi torni. That’s it.
Non sai mai se la fortuna più grande è partire o tornare.

Parigi Giorno 7 + Roma rientro

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È l’una di notte e DA UN’ORA sto solo controllando siti e blog invece che ad esempio lavarmi e andare a letto, visto che domani LAVORO.
Ho di nuovo la mia tastiera, scrivo nettamente più veloce e nettamente veloce finirò il post.
Uff. Roma è una palla di umidità. Domani lavoro. Uff.

Parigi ultimo giorno è stato Arco di Trionfo e Champs Elisées e Alabama che incredibilmente si ferma UN’ORA dentro al palazzo di Louis Vuitton a contemplare la BELLEZZA di oggetti di cui finora si era sempre bellamente strafregata. La cosa più economica: 118 euro. Non l’ho comprata. Ho fotografato una borsa che volevo, costa solo 975 euro. Già. Io ero vestita con la maglietta finto-vintage dei Beatles, pantaloni verde militare di seconda mano e la sciarpetta del mercatino. Capelli sui generis, tipo terremotata. Ho seriamente temuto che mi accompagnassero alla porta di servizio.
Gli Champs Elisées (scriverlo così bene mi fa perdere troppo tempo) sono belli, per me che amo gli spazi grandi e aperti sono una figata. Puntavo molto su Place de la Concorde alla fine e invece è un incrocio zeppo di macchine. Bah.
Da notare comunque che colazione sul vialone costa meno che in altri posti, non so perché (forse era una catena, oppure mi hanno fatto lo sconto perché mi sono ingozzata di roba).
Non so come uscirò dalla dipendenza del farinaceo. Parigi è fatta a forma di farinaceo, tra dolci, pane, cornetti, quiche, panini, ecc. e io che sono succube del farinaceo ho apprezzato parecchio. Nel senso che ora ho il terrore di pesarmi. Aiuto.
Oggi comunque primo vero giorno d’estate a Parì, ovviamente l’ultimo della mia permanenza. Grazie.
Ho pranzato con un picnic lungo il canale (panini e quiche, strano!), dove siamo rimasti a poltrire per ore al sole, fino a che non dovevo andare a prendere la roba e volare via.
Uff.
Il volo RyanAir è uno scandalo, comunque nel trolley c’è entrato tutto, tiè!
Poi ne parlerò meglio. Farò gli highlights. Non lo so. Il filmaggio lo volete? Con le musichette? Ci metto un secolo. Però alcune foto sono belle.

Vado a letto. NO! A docciarmi. Dio è l’una e venti… Domani lavorare CHI?!