Allora.
Non comprare MAI i biscotti di kamut al cioccolato, sono la cosa più insipida, fastidiosa e lontana dal cioccolato che assaggerai mai.
Li ho comprati per mangiarne pochi, funziona. Dopo un paio ti sembra di masticare insetti morti. Cioè, gli insetti morti sono di sicuro migliori di quelle cose. Bio porco.
Questo ad esempio era un ottimo incipit di post, ma visto che ho il blocco (il bloggo) e rifiuto wordpress come rifiuto il caffè, sarai tu il destinatario della mia prosa salace, ironica, estrosa, pungente, evviva. O quello che è.
Hai ragione sui blog che parlano dei cazzi propri, alla fine diventano un cazzo proprio anch’essi e parlare dei cazzi propri mediante una cosa facente parte dei cazzi propri non funziona. Specie quando i cazzi propri non funzionano. Vabbè, è chiaro. Il punto è quello che dici sul fatto di non cambiare mai, che è abbastanza vero e sono abbastanza d’accordo, ma l’aggravante è che se io rileggo i post passati (cosa che ovviamente faccio randomicamente a ritmo ciclico, tranne quelli del periodo giapponese perché sennò lì mi metto proprio a piangere) li trovo TUTTI migliori della mia vita attuale, e pensare che la mia vita attuale non fa schifo per niente. Ma è LA STESSA da più di un anno, forse da due anni ora che ci penso, diciamo che l’ultimo anno la stessaggine si è cementata senza scampo, ma tu dirai e che culo!! Solo un paio d’anni di vita uguale!! La mia (sua, nostra, vostra) è la stessa da dieci!! O da venti!! O da sempre!! E non è che io prima di un paio d’anni fa facessi l’agente segreto o la barista a Tijuana, alla fine ero sempre io e blabla. Ma la NOIA al momento mi sta divorando, so che non ho NIENTE di interessante o insolito o divertente da dire al resto del mondo, a meno di non utilizzare la mia prosa brillante per rendere interessante, insolito o divertente qualunque banale aneddoto preso a caso dalle mie giornate X tipo i biscotti di kamut o i weekend al mare. Che è quello che ho sempre fatto, chiaro, solo che ora mi deprime. Credo che un grosso responsabile di ciò sia il lavoro in ufficio, che anche se ci vado solo la mattina non ero più abituata e anche solo quella piccola routine della sveglia e macchina e timbra e scrivania e ritimbra e macchina e torna mi prosciuga le giornate in un modo assurdo di cui non riesco a capacitarmi. Ma se nelle mie giornate ci fosse dell’altro, non mi importerebbe della routine. Invece annaspo. Perché non sono brava PER NIENTE a trovare ogni giorno stimoli diversi, come fai tu che progetti ogni giorno un modo diverso di diventare re del mondo. Io no. Sono una pippa. Il bello è che lo so da anni, cioè so che sono così, sono abitudinaria, mi piace fare le solite cose, stare per lo più per conto mio, le novità per un buon 50% mi destabilizzano, ho faticato quel tanto che basta nella vita per arrivare esattamente dove sono ora. Esattamente a questo. Per poi sentirmi soffocare da una routine che mi sono costruita con le mie mani, di cui diciamo vado fiera e che non cambierei con nessun’altra routine (vabbè ok, tranne vivere al mare per sempre o in vacanza per sempre, i soliti sogni). They call them thirties, si diceva in un commento qualche post depresso fa, they call them pesantezza dell’essere single dico io adesso, ma in questa faccenda proprio non mi voglio addentrare. È solo che i single non hanno ostacoli di alcun tipo nel costruirsi qualunque tipo di vita e carattere vogliano, soldi e lavoro permettendo, possono scegliere di essere come gli pare e non rendere conto a nessuno, costruirsi la loro perfetta vita monoporzione, accovacciarsi nella loro bolla trasparente e restare impermeabili, o diventarlo col tempo, a qualunque cosa. Crearsi il loro piccolo mondo autistico perfetto, io in questo sono bravissima, e quando è pronto scoprire che è monco, è zoppo, è guercio, una metafora qualunque che indichi mancanza di una parte. E non ci vuole un genio a capirlo eh, lo so. Pensi che stai bene, che va tutto alla grande, e un giorno ti svegli mutilato. E resti mutilato. Finché poi magari blabla, di cose possono succederne, mica lo metto in dubbio, ma al momento così è come mi sento.
Il libro che sto leggendo si intitola Libertà (Jonathan Franzen, davvero bello) e arrivata a oltre metà forse riesco a capire dove va a parare. Quando hai la totale libertà di fare quello che vuoi e essere come vuoi, con quasi zero responsabilità, finisce che tutta la libertà che hai la sprechi, non sai gestirla, la usi nel modo sbagliato. Ti da alla testa. Dovevano insegnarcelo a scuola, due ore a settimana di “gestione della libertà” (contraddizione in termini). Sennò poi ti ritrovi che cercando a tutti i costi di apprezzarla al massimo giri a vuoto, non riesci a concludere niente, a costruire niente. L’unica cosa che costruisci sono i paletti con cui tu stesso ti ritrovi a delimitarla, a circoscriverla, a volerla inscatolare, aspetti che qualcuno ti dia una lista di cose da fare, ti obblighi a farle in qualche modo. E poi vuoi che arrivi qualcuno a smontare tutto, perché tu non ne sei più capace. Ti sei autorecluso nel tuo quadrato di libertà.
Parlarne sul blog mi aumenta la sensazione di fastidio e frustrazione, perché mi fa schifo stare  a lagnarmi o passare per la sfigata con la sindrome premestruale che sta per compiere 32 anni, la cazzo di Bridget Jones che iddio la stramaledica.
Parlare di altro, fare un blog tematico, neanche per sogno, primo perché finirei col parlare di FUMETTI, e sai che picco di ascolti, secondo perché me stessa è la cosa che conosco meglio, e capisci, adesso pensare che la cosa che conosco meglio è una cosa NOIOSA mi manda ai pazzi. È tutto un cazzo di circolo vizioso.
E dire che sto molto meglio di quest’inverno. Non era prevista l’irrequietezza a questo punto dell’anno. Ma mi sembra un’irrequietezza più positiva, almeno ho focalizzato il problema.

Ho riletto e sono folle. Ho scritto troppo. Trovarsi questa cosa nella mailbox tramortirebbe chiunque.
Sai che faccio? Quasi quasi invece che mandartela la posto direttamente, così esorcizziamo il bloGGo dello scrittore.
Anche se non ha senso, te ne rendi conto?, postare una mail in cui si parla del perché non ho più voglia di postare.

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