Cheers

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Lo stato di Alabama è il seguente:
torcicollo, amaro in bocca e dolori diffusi altro non erano che i prodromi della FEBBRA!
Sono a letto con pigiamone flanellone, riso in bianco condito al paracetamolo e musica islandese in sottofondo (che è tanto bella ma alle volte fa un po’ messa da requiem).
Quale momento migliore per postare? Dal vecchio macbook con la fiammante chiavetta, come nel paleolitico. Che orrore. Stamattina ho seriamente sbroccato all’operatore del call center, minacciando le vie legali (magari, ho solo urlato “IO CAMBIO GESTORE!!” ricevendo in cambio un sonoro pernacchio, per altro). Non ne posso più. Stamattina i nervi hanno raggiunto il fior di pelle e i giramenti il fior di palle (quanta poesia), tra torcicollo, internet a ramengo e call center gestito da babbuini. In più ho il telefono fisso che funziona a carbone, la casa ridotta un porcile, capodansia che incombe e il manga da finire domani. Un quadretto desolante. Inglourious Alabama.
L’avvento dello malo morbo ha però migliorato l’umore, pazzesco a dirsi, sennò non starei qui a intrattenervi.
Va detto che è dicembre il peggiore dei mesi, sempre, e la fine dell’anno coincide con la fine della pazienza (e già ne ho poca).
Sto uno schifo, diciamocela tutta, non vedo l’ora che sto 2010 finisca. Il primo gennaio, a Iddio piacendo, si rifiata. Forse. Ma è sempre meglio vedere davanti un anno nuovo da riempire che sentirsi dietro un anno vecchio da smaltire (quanta saggezza).

Il 2010. Approfitto e tiro le somme?
Per evitare di dire che è stato un anno di merda, cosa che non sarebbe da me, mettiamo le mani avanti.

Nel 2010 ho lavorato. Che è già di per sé una gran fortuna, coi tempi che corrono signoramia. Il punto è che ho lavorato E BASTA. Come una pazza, una cosa da far schifo. Io che nella vita voglio lavorare il meno possibile, lo stretto indispensabile per campare, mangiare e andare al cinema, mi sono riscoperta fottuta workaholic del giapponese. Nel 2010 ho tradotto più parole di quante ne abbia mai dette o sentite in quella lingua dei musi gialli e più traduco e più ho voglia di tradurre. Anche se poi faccio le corse, prendo troppi lavori, mi riduco all’ultimo, conto male i giorni, le scadenze mi rovinano la vita ecc., ora che ci penso non me ne frega niente. Sapete di cosa parlava il post delle confessioni? Dell’amore incondizionato, viscerale e incontrollato che nutro verso il Giappone da quando ero adolescente. Da quando su un muro della classe in terza liceo (anni: 16), in mezzo ai vari TVB e KURT TI AMO, scrissi a lettere cubitali VOGLIO ANDARE IN GIAPPONE. Il germe della pazzia era già inside, ed è solo peggiorato.
Ma non divaghiamo.
Nel 2010 ho lavorato.
Ho preso pochi treni e pochi aerei, e questo lo rimpiango, ma sono stata in Cambogia e ne sono felice.
Ho aggiunto una grossa crepa in fatto di uomini, e qui arriva il tasto dolente dato che poi ste crepe non si risanano mai. Aggiungi crepe su crepe e per quanta colla e scotch puoi usare, alla fine la tazza per forza fa acqua da tutte le parti (le fini metafore).
Questo mi ha rovinato l’umore per tutto l’anno, non la crepa in sé ma il constatare che non sono cambiata di una virgola, nonostante faccia in modo di non aspettarmi niente, mai, da nessuno, continuo ad andare giù come un pugile bollito, ogni volta.

Poi tornare in Piemonte, andare alle fiere, fare le vacanze in Costiera, rimpiangere troppo e male il passato, mia madre che da settembre entra e esce dal policlinico, crolli nervosi e crisi di pianto, ipocondria, malori e malumori, disincanti e nottate in bianco.
Capodanno si porta via tutto, e tra i buoni propositi per il 2011 mettiamo lavorare di meno, leggere di più, viaggiare tanto, frignare poco e farsi adottare da un gatto. Sugli uomini pronostici non se ne fanno, ché tanto sono i primi ad andare in vacca. Ma la scorza dura che ho fatto non mi piace e cambierei volentieri il disincanto con l’incanto.

Non so se ci si risente, poi magari faccio anche il filmaggio del 2010, intanto buon anno a tutti, che sia per tutti MEGLIO di questo porco 2010.

 

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I’m (not) Scrooge

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Lo stato della Sweethome è il seguente:
sono senza rete dal 23 dicembre, per cause sovrannaturali di incongruenze cosmiche e perturbazioni nella forza. Credo sia il Nulla che avanza.
Sto postando grazie alla chiavetta Vodafone scippata a mio padre e pinguemente riempita di ricchi 10 euro (che mi auguro TeleTu sia pronta e celere a restituirmi con gli interessi), OGNI MATTINA telefono al porco centro assistenza e parlo con un porco diverso, una ieri mi fa “che sistema operativo ha? Macintosh?? Ah… non lo conosco bene, ora vedo la guida… dunque dice di cliccare su mela… ma come, cioè mela in che senso…?”
Ecco. Queste sono le mani in cui la mia connessione è riposta. Oggi uno mi ha detto che hanno spostato i server dalla Svezia all’Italia (?!) e il 70% degli utenti sta avendo il mio problema. Perbacco, mi son detta, quindi entro domani TeleTu avrà chiuso!! Poi mi ha detto altre cose ma ero impegnata a mistificare i singhiozzi e le imprecazioni.
Per favore, non mi dite che TeleTu fa schifo, lo so già, non mi dite di cambiare provider, perché sarebbe un girone infernale di mai più internet per mesi (e se qualcuno di voi si ricorda, ci sono passata PIU’ VOLTE nella mia breve vita, e non voglio rifarlo), non compatitemi, non fiori ma opere di bene. Una preghierina per la linea di Alabama la sera, grazie. E due madonne magari ai piani alti di TeleTu(bbies). Che cazzo di nome.

Quindi immaginatevi il bel Santo Natale rilassante che ho passato, a sapere che a casa nel mio cavo ethernet non passava un accidenti di niente.
All’attivo ho quattro Moment e un Oki ingoiati in tre giorni, tra un’abbuffata e l’altra, dovuti a malesseri vari e multiformi come ciclo mestruale, mal di testa perforante, torcicollo, torcibudella. La novità di oggi è la sveglia con l’amaro in bocca, ma non in senso figurato, proprio in senso reale. Ti svegli e hai come la sensazione di aver ingoiato un intero borsellino di monete da due euro, che ti hanno lasciato la bocca foderata di radicchio intriso di chinotto. Considerando che l’AMARO è l’unico sapore basico per cui provo vero disgusto (non bevo il caffè per quello) pensate CHE BELLA sensazione!
Se c’è un medico là fuori, mi illumini. Sto marcendo inside? L’alito è a posto, non uccido nessuno. Sarà che a Natale ho mangiato il radicchio e bevuto il chinotto (a mo’ di fioretto), e il mio corpo si ribella a essi respingendoli dai pori del palato?
Fico però sentirsi una metafora vivente. Non ho internet e mi sveglio con l’amaro in bocca. Non oso immaginare il giorno in cui metterò le ali ai piedi o diventerò verde di rabbia.

Inoltre sono, come oggi ho avuto modo di dire rispondendo via chat alla semplice domanda “tu come va?”, incazzosa e tristanzuola. Stasera ho rivisto SOS Fantasmi e alla fine tutto quel buonismo mi ha fatto quasi schifo. Com’è possibile?!? Se io fossi Alabama, e lo sono, mi sarei dovuta come minimo commuovere. Invece che dallo spirito del Natale mi sono fatta invadere dallo spirito di Scrooge, il che mi lascia perplessa. C’entra molto questa faccenda della rete, insieme al Capodansia incipiente e la lista dei buoni propositi per il 2011, insieme allo spiegone risolutivo del 2010. Se riesco li faccio prima del 31.
Ah, il post con le confessioni di una mente innocua non lo leggerete mai, l’ho scritto settimane fa ma non mi va di postarlo. Non confesso un bel niente. Comunque non era niente di pornografico, poi magari faccio un riassunto che sia meno strappabudella.

Entro il 31 devo anche consegnare un manga, e l’ho iniziato oggi. Olè!

Dopo solo 10 mesi

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Mentre lo spirito del Natale HO! HO! HO! si avvicina minaccioso e mi alita sul collo io perdo tempo a rifinire i filmaggi dei Natali passati VIAGGI passati e come mio regalo dal profondissimo del mio cuore esplosivo di amore per tutti voi vi elargisco IL FILMAGGIO DELLA CAMBOGIA!!!

Cose. da. pazzi. Nessuno se lo aspettava più, esce dal cilindro come un mazzo di carote al posto del coniglio. Solo che a Roma questa settimana HA NEVICATO, e per ben 42 minuti!!, cosa che mi ha fatto ripensare a quando nevicò a febbraio e tutti a mandarmi messaggini mentre ero a prendere il sole in mezzo all’Indocina forever summer. Ah! Bei tempi quelli.
Stavolta niente, guardavo i fiocchi da dietro la finestra (facendo anche delle foto, lo ammetto, e urlando “ne cade un sacco!!!”) ma sottosotto sognavo di essere altrove. Al mare. Al caldo.
Dai che domani comincia l’inverno e questo vuol dire che l’autunno ce lo siamo levato dai cocomeri e mancano SOLO TRE MESI alla Santa Primavera! Cioè equivale a dire che il peggio comincia ora, ma come vedete a Natale trionfa l’ottimismo in casa Alabama (sarà il torrone, quello aiuta).

Quindi, direttamente dal mio emisfero destro, quello che si diverte a collezionare pessime figure, e dalla pregevole collaborazione di iMovie (made for dummies©), l’ennesima trasferta di Alabama Jones! Alzate le casse e mettete in mondovisione!

Beautiful Alabama

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Oggi è 16 dicembre (o meglio era, scrivo che è già 17 ma per poco) ed è il compleanno della ex-coinq e anche di un altro mio amico fraterno. È il compleanno anche sapete di chi? Di Nathalie, quella che ha vinto X-Factor quest’anno (Alabama sempre sul pezzo, anche quando non sembra) che udite udite, era in classe con me al liceo. Sì, ma solo per un anno. Il terzo. Poi cambiò scuola. Andavamo d’accordo ma non eravamo particolarmente amiche, quindi io ho delle difficoltà a capire PER QUALE MOTIVO mi ricordo la data del suo compleanno. Mi ricordo proprio la sua scrittura sbilenca sul mio diario al 16 dicembre con la scritta “compleanno di Nathalie”. Dio, aveva davvero una brutta calligrafia, tutta scombinata. Bella voce però, eh! Vai, Nathalie!

Io ricordo cose impensabili. Veramente. Non so perché, ma ricordo combinazioni di numeri usciti da chissà dove, tipo Beautiful mind, tipo i matti. Non penso proprio che sia una dote particolare, dato che comunque in matematica avevo 6 scarso e sono una vera schiappa a carte (quindi escludiamo le fortune di Rain Man).
Ricordo il mio numero di matricola all’università (10139135 è pure lungo) ma NON i cognomi dei professori (solo di alcuni) e nemmeno i nomi degli esami, che erano perifrasi astruse senza alcun significato (“metodologia della ricerca della comparazione applicata all’analisi della metodologia”).
Il compleanno del mio primissimissimo ragazzo (24 gennaio) anzi forse di tutti i ragazzi con cui sono stata. Ok, non è che siano mille.
Il numero della TARGA della macchina del mio ex quello importante. È rottamata da anni, giuro che non sono una stalker. 8A2566. Oddio, questo mi fa paura.
Il numero del conto in banca e il codice fiscale, ovviamente.
Il numero di telefono di casa dei miei nonni paterni, che potrebbe sembrare facile se non fosse che lo cambiarono quando andavo alle medie. Ricordo il vecchio (8340940, che dunque veniva digitato da una mini Alabama alle elementari) e il nuovo (86213894). E comunque sono trapassati entrambi da un bel pezzo e in quella casa ora ci abita uno che fa il dirigente Rai. Pensa te. Potrei chiamarlo.

Vabbè.
Ricordo queste cose inutili, poi magari appoggio da una parte gli occhiali, mi distraggo e li cerco per mezz’ora credendo di averli persi chissà dove.
Capita, no? Sul breve termine siamo tutti più deboli. Ovviamente non ricordo cosa ho mangiato ieri, ma è anche vero che non mangio numeri. Se mangiassi numeri forse li ricorderei.
Questa cosa avrà un senso, secondo la scienza che spiega il funzionamento delle varie parti del cervello, ecco, se qualcuno là fuori lo sa me lo dica.
Magari vuol dire che sognerò mio nonno che con la macchina del mio ex il 24 gennaio si va a iscrivere all’università e incontra Nathalie e insieme mi cantano i numeri che mi fanno diventare milionaria.

Buonanotte và.

 

Maybe in the next life

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Ok. È inutile accumulare bozze su bozze, sarò alla decima in due giorni.
Nell’ennesimo momento di convulso stallo bloggeriano, in cui non so se avrei troppo da dire o troppo poco e quindi non riesco a dire niente, vi beccate questa meravigliosa immagine che da ieri non smetto di guardare. In ogni microscopico dettaglio.

Perché, di fatto, un cuore infranto avrà sempre e indiscutibilmente più fascino di un cuore felice.

(by Milk, qui per vederne altre)

Quel persistente déjà vu

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Rifare il letto in versione pop natalizia e pensare che anche se non riesci a mettere a fuoco dove, sei quasi certa di aver visto quello stesso identico set di lenzuola su un letto in cui non avresti dovuto dormire. Sensazione di fastidio.

Proposte di claim pubblicitari:
Ikea – scoprire che qualsiasi oggetto ti metti in casa è già nella memoria collettiva di tutti.
Ikea – il potere di sentirsi inadeguati perfino in casa propria.
Ikea – i ricordi che pensavi di aver seppellito tornano a galla solo entrando in camera.

Alla fiera dell’Eur

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Non trovo ancora il tempo di mettermi a scrivere quel post con il titolo in ballottaggio, arriverà prima o poi. Prima o post. Comunque entro l’anno, per forza.
È martedì e mi sembra venerdì, ho un cumulo di stanchezza parcheggiata sulla gobba degno di un cassonetto napoletano ma domani è festa e DORMIRO’. Ho un pranzo con amici e in teoria dovrei contribuire con cibarie cucinate da me, la cosa mi suscita moti di ilarità.
Oggi sono stata alla fiera della piccola e media editoria che c’è ogni anno ormai da anni a Roma, un altro pass da appendere in bacheca. Contavo di comprare libri, fare qualche regalo, dare biglietti da visita, assistere a conferenze interessanti, farmi travolgere dal sacro fuoco. Non è andata esattamente così.

Arrivo alle due, giro 10 minuti d’orologio per cercare parcheggio (alle due. di martedì. all’eur. dio non ha pietà), già stanca a priori ritiro il pass, entro e buttando un occhio svogliato intorno vado a passo spedito verso lo stand dove devo consegnare il cartaceo di un manga. Arrivo e vengo fagocitata dalle chiacchiere, mi siedo e resto lì quaranta minuti. Poi dico ok, magari faccio un giro già che sono eh? A dopo. Faccio un giro. Sempre più svogliata. Case editrici con nomi impronunciabili e dai libri incomprabili, penso alla pila di roba che ho da leggere da mesi, penso che Murakami aspetta di essere finito da quest’estate e concludo che non è il caso di comprare Mille ricette con il farro, perché anche nel caso fossi riuscita a leggerlo (non doveva avere una trama complessa) MAI NELLA VITA avrei avuto tempo e soprattutto voglia di cucinare le mille ricette. Peccato perché il tizio allo stand è un discreto regazzetto, e potevamo intavolare un discorso sul farro. Niente.
Decido che non comprerò NESSUN regalo di Natale, strano perché qui ne svoltavo sempre un paio, invece no, non mi va, i libri pesano, non c’è niente che mi susciti un barlume di curiosità e l’unico libro che volevo regalare a un mio amico ciclista è una specie di manuale troppo serioso pieno di cose che lui sa già. Niente.
Penso vado su a sentire qualche presentazione, ne avevo segnate alcune sul programma. Una è Malati di lavoro. Cos’è e come si manifesta il workaholism. Devo essere messa male sul serio se ho anche solo lontanamente immaginato di andare alla presentazione di un libro del genere.
Mando un sms a un’amica collega traduttrice. Non è che vieni in fiera oggi? No, vado domani, sono reclusa a tradurre. Chiaro. Uno pensa che facciamo un lavoro, invece è una sorta di soggiorno ciclico in cella d’isolamento.
Quindi continuo a girovagare e ho la stessa netta sensazione di Lucca, cioè stessi stand, stessi giorni, stessi libri, tutto uguale identico ma a distanza di un anno. All’angolo dove c’è lo stand di Orecchio Acerbo hanno il libro di Hansel e Gretel illustrato da Mattotti, che l’anno scorso era in quel preciso angolo a disegnare e scrivere le dediche su quello stesso libro. Incontrai un amico in fila che mi disse oddioddio ma tu non lo compri?? Cioè, è bellissimo! Mattotti, capito, tutto nero, il bosco ecc. e io no, bello eh, ma stiamo ancora a Hansel e Gretel? Ammazza cheppalle. Amico inorridito. Ora non c’è Mattotti ma c’è il libro. Stesso angolo.
Mi metto a pensare a questa cosa della ripetizione identica di anno in anno, e non capisco se sia una cosa orribile o banale o alla fine pure romantica. Non lo capisco tuttora, non saprei dire. Sembra tipo il Truman Show, ma cos’è che non sembra il Truman Show, arrivati a questo punto incerto dell’esistenza? Troppo complesso, torno a pensare al farro.
Incappo così nello stand Marcos y Marcos, che pubblica i libri di Michael Zadoorian. Tutti a parlare di questo Zadoorian, nuovo fenomeno blabla, bisogna leggere blabla, no perché sai hanno detto che blabla, e niente, alla fine mi sono incuriosita pure io e ne voglio comprare uno. O forse solo perché lo traduce un tizio bravo che conosco. Approfitto per fare la scema col regazzetto, che non è male manco questo (potreste pensare che io sia una spietata ninfomane, ma ah! quanto vi sbagliate!) e ottengo consigli e uno sconto simpatia (ha detto così) di ben due euro. Quindi valgo due euro, se il sillogismo non è un’opinione. Intasco il libro, ringrazio e saluto educata. Si tratta di Second hand, se qualcuno lo ha letto me ne parli bene e non mi faccia pentire dell’acquisto.
Medito di darmi alla macchia e abbandonare tutto, quando incontro un’altra persona che dovevo vedere e che bello, saliamo su a chiacchierare di gossip e faccende da donnette sui divani della ZONA RELAX, che è solo per i pregiatissimi possessori del pass. C’è anche da bere gratis, cose da pazzi. Sale anche il tipo a cui avevo consegnato il manga (tutti conoscono tutti) e finisce che invece di lavoro si parla solo di pettegolezzi, voci di corridoio e pagamenti arretrati, che insieme alla pioggia di rane credo si possa tranquillamente annoverare tra le peggiori piaghe della storia.
Concludo riuscendo con abile manovra ad avere alla metà del prezzo un nuovissimo saggio sui fumetti e la società americana negli anni 40 e 50 (questo) che Dio solo sa se leggerò mai, ma estorto a metà prezzo non potevo non prenderlo. Fa curriculum e magari poi lo leggo sul serio, tra una decina d’anni.
Basta, sono le sei e me ne vado. Il sonno mi divora. Non ho fatto regali, non ho dato biglietti, non ho seguito mezzo incontro. Saluto baracche e burattinai, incrocio Valerio Mastandrea all’uscita e torno alla macchina.
Non sapevo che ci avrei messo sessanta minuti a tornare a casa, dicasi anche un’ora.
Rimugino, dato che ho tempo. La fiera è un posto very cool che raduna gente underground, sinistroidi, finiletterati, soprattutto addetti ai lavori e molte donne super acchittate, proprio trucco parrucco e tacchi, non si capisce se per trovare lavoro o trovare marito (escludiamo Alabama, che vince solo premi simpatia). A entrare lì sembra che in Italia l’80% della popolazione legga 12 libri l’anno, quando tutti sappiamo che il 12% legge al massimo 80 pagine. È un curioso fenomeno. Verità è che per avere uno stand bisogna prenotarlo minimo sei mesi prima, tanta è la ressa. Poi chissà se la gente compra libri sulla situazione delle donne in Nuova Guinea o sul farro. Boh.

Ora vorrei tanto chiudere con una frase fantastica presa da chissà dove, o potrei soltanto ricordare che qualcuno una volta mi ha detto che quando smetti di comprare libri smetti anche di leggerli, quindi blablabla, ma ho talmente sonno che non metto più a fuoco lo schermo davanti a me.
Quindi direi che vado a letto.
Ad maiora.

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