Aka Drag me to Lookka A.D. 2010

– L’antefatto –
Io consegno due manga tradotti al mese. “Consegno” significa proprio che materialmente devo restituire i volumetti con il balloon placing, pratica oscura che consiste nel numerare i balloon e le onomatopee con una bic rossa, in modo che sul file word a TAV 1 – 1 corrisponda il balloon 1 di pagina 1 e così via. Carta, bic rossa, numeretti. Sì, nel 2010 carta, bic rossa e numeretti, e poco ci manca che mandino un paggio con il cocchio reale e il cappello con la piuma in testa a prendersi i volumi.
Visto che a Lucca avrei beccato il mio editor decido di finire in tempo per portare la merce a mano, tanto avrei comunque dovuto consegnarla a fine mese.
La partenza è domenica mattina, passo venerdì e sabato a tradurre forsennatamente, perché io più ho l’acqua alla gola e più perdo tempo e vado lenta, arrivo a sabato sera stremata e metto il punto sull’ultimo balloon a mezzanotte, coadiuvata dall’inaspettato ritorno della finora odiata ORA SOLARE, che per la prima volta in 31 anni mi è utile a qualcosa perché *letteralmente* mi regala un’ora in più, sai, quando stai morendo e dici dioooooooo ti prego dammi un’ora in piùùùùùùù, e PUFF! l’ora in più si materializza. Magia delle magie.
Chiudo tutto, doccia, capelli, che mi metto domani, sacca pigiama, borsa fumetti, sveglia puntata, 6 ore di sonno, ronf.

– Parentesi –
“Che mi metto domani” non passi come una frivola sciocchezza, a parte che non è MAI una frivola sciocchezza, ma mai come quest’anno ho vissuto il dramma dell’abbigliamento da fiera.
Io finora andavo in fiera in tenuta da combattimento, facendo sfoggio delle mie magliette da collezione e badando più alla praticità che agli abbinamenti sopraffini.
Poi, come sapete, da un paio d’anni mi sono ritrovata a lavorare per questi editori di pregiati fumetti, che si ritrovano tutti a codeste fiere, quindi “andare in fiera” non ha più significato “mi vesto da pagliaccio tanto vado fiera delle mie magliette da fiera, spendo milioni di dollari, compro una tonnellata di roba, incontro gente, leggo, rido, parlo, mi rilasso” BENSI’ “mi devo dare un tono, devo portare i biglietti da visita, devo farmi dare i milioni di dollari che mi devono, compro poco che poi la borsa pesa, stringo mani, faccio la professionista, mi stresso”.
Ad esempio è capitato un mese fa durante Romics che alla cena aziendale con la casa editrice la mia collega traduttrice fosse in stivaloni, minigonna e scollatura inguinale mentre io così:


Quindi ecco, capite bene che situazioni del genere non devono mai più ripetersi (nonostante il fatto che comunque nell’editoria dei fumetti il più serio ha la cravatta con Pippo).
E allora che mi metto?? Come conciliare il dover sfacchinare e correre qua e là in mezzo a bambocci sudati con il presentarsi un minimo professionale, mantenendo però una certa gioviale simpatia di fondo e stando soprattutto attenta a NON PRENDERE FREDDO? Boh. Io non lo so. Ci ho pensato due giorni ed è uscito fuori questo, con sopra una maglia monocolore sobria (e scollata):


Ok, ora per favore non ditemi che era meglio la prima perché vado direttamente a dare le dimissioni (dall’universo, però).

– Il fatto –
Il fatto è semplicemente Lucca Comics. È pazzesco ritrovarsi negli stessi punti esatti di un anno prima, incrociare le stesse persone e mescolare le diverse edizioni tutte insieme, perdendo per un giorno il continuum spazio-temporale.
Il fatto è passare una giornata intera a schizzare come una pallina da flipper da un padiglione all’altro, sotto una porca pioggia fottuta e continua, con l’ombrello gocciolante, la borsa da dieci chili (per quanto vuoi comprare poco, la carta pesa) alternando a comando il tono professionale alle trivialità da osteria.
Il fatto è pensare ogni secondo no è invivibile non ce la faccio basta con questa pioggia aiuto e però essere felice come una pasqua di rivedere persone che incontri solo lì.
Il fatto è essere fiera di non dover più affannarsi a dare biglietti da visita, perché chi ti doveva conoscere ormai ti conosce. E se non ti conosce problemi suoi.
Il fatto è inseguire Terry Moore, l’autore di una delle mie saghe a fumetti preferita, praticamente da me idolatrato, riuscire a battergli un autografo e poi giurare di tornare allo stand a chiedere un disegno, arrivare allo stand ore dopo, vedere una fila chilometrica e lui chino a disegnare, decidere di ripassare più tardi, tornare all’ultimo secondo e scroccare un disegnino che presto finirà sul muro e non riuscire a dire niente se non cose tipo I love… I mean… your work is one of the best… I love, really, oh my god… it’s just… I really… col sorriso da 32 denti. E lui che pare un cordiale impiegato delle poste.
Il fatto è accamparsi allo stand della casa editrice per cui traduco a bere birra e prendere per il culo l’editor.
Il fatto è spendere in totale nemmeno 50 euro e ricevere, da qualche parte, fumetti gratis.
Il fatto è Massimiliano Frezzato. Con intorno 4 gatti a chiedergli un disegno, lui che dipinge con le dita bevendo vino e in trenta secondi fa delle cose che vengono da un altro pianeta. Rendersi conto che il cervello ce l’ha nella mano destra, perché non sa che cosa disegnerà fino al momento in cui mette giù la prima linea. Fa una cosa diversa per ognuno, con una tecnica diversa e con materiali diversi, ride come uno scemo ed evidentemente È di un altro pianeta, come lo era Pazienza. Ringrazia tutti e offre vino, mi guarda e dice che figata di cappello hai, prende il mio foglio e… mi disegna.

(Sì, avevo anche un cappello rosa fisso in testa, esattamente uguale a questo, che è piaciuto a Frezzato e quindi nessuno si azzardi a dire NIENTE sul mio abbigliamento!!!)
Il fatto è ricongiungermi con i miei compari a fiera ormai chiusa, sedersi a un tavolino e mentre piove che Iddio la manda fare il punto della situazione e decidere di andare a morire su una chianina al sangue, nonostante siamo tutti sfatti e devastati, perché “alle gioie del sonno meglio le gioie della panza”.

– Il misfatto –
Andiamo a dormire a casa dei miei defunti nonni a 40 km da Lucca, io cedo il volante e mi addormento in macchina, piove piove piove, arriviamo e facciamo una cena diddddio in cui il piatto più scrauso sono i carciofi fritti. Morti di sonno andiamo a casa e stiamo UN’ORA a combattere con la caldaia, in casa fanno -7 gradi essendo chiusa da un anno (dalla scorsa Lucca, curiosamente) e la modernità non è diciamo il punto forte dell’appartamento. A parte cristi e madonne sui muri e stanzette chiuse impenetrabili degne dell’Overlook hotel, la caldaia ha un foglio con le *istruzioni di accensione*, scritte nella calligrafia geroglifica di mio nonno. Arrivati allo sfinimento senza alcun risultato decido di chiamare mio padre per chiedere lumi e uso il telefono CON LA ROTELLA CHE GIRA e fa TRRRR. Momento vintage di raccoglimento.
Andiamo a letto alle due e sveglia alle otto per tornare a Roma, io dormo malissimo perché ho il sonno leggerissimo e nello stesso letto c’è la mia amica che russa. Tento di controbattere tossendo. La sfida dura quanto basta per farmi mettere a pensare ai massimi sistemi e non ne esco bene.
Prima della partenza faccio ancora in tempo a sfiorare di poco la scenetta verdoniana al cimitero cercando i miei nonni (senta che c’è una tomba con un cognome tipo riso, risaia, rise… sostituire con il MIO cognome) e a farmi sfregiare la macchina da un vecchietto alla guida di un’ape, che esce dal parcheggio in retromarcia, non mi vede e mi fa uno sbrego di trenta cm. sul muso, io scendo rassegnata (tra l’altro non stavo guidando io), piove pioggerella urticante, dice che la colpa è di entrambi (!!) e si rifiuta di fare il cid, io sempre più affranta insisto lievemente e lui dice che LA MOGLIE È MORTA UNA SETTIMANA FA e tira fuori dei soldi per zittirmi. Probabilmente non basteranno manco per stringere la mano al carrozziere, ma tant’è, la macchina ha un nuovo tatuaggio e io mi sono ripagata i fumetti.
Faccio il viaggio sul sedile del passeggero, manovrando l’iPod e contando le goccioline d’acqua che sul finestrino in autostrada scorrono via come spermini (sì, mi viene in mente proprio questa immagine). Metto i CCCP in loop.

È una questione di qualità
È una questione di qualità
È una questione di qualità
O una formalità, non ricordo più bene
Una formalità

E poi metto quella che fa

No, I know I’m no Superman
I’m no Superman

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