Dopo cinque lunghissimi giorni dall’uscita in sala ho finalmente visto Inception, non ero così agitata per la visione di un film credo dai tempi dell’Episodio 1 di Guerre Stellari (parlando di attese e non di risultati). Fatto sta che ho rotto le palle a tutti per una settimana, ho scatenato un flame di mail completamente folli su quale cinema, a che ora, quando prendere i biglietti, chi viene, io arrivo tardi, prendetemelo in tempo, quali posti, ci vediamo un’ora prima anzi no la mattina anzi no il giorno prima, vi prego aiutatemi. Una pazza.
Ora mi sento meglio ma credo di averlo sognato stanotte…

Vabè, andiamo avanti. Alla fine quello che stordisce del film è quanto un intreccio incredibilmente intrecciato risulti paradossalmente facile da capire, facendo un po’ di attenzione ovviamente, per precisa volontà del regista. Non vado nel dettaglio perché magari non l’avete visto (SBRIGATEVI!!!) ma io, che notoriamente sono un po’ lenta di comprendonio, sono uscita da altri film con molti più punti interrogativi, mentre qui quasi quasi ho beccato pure un errore (ma devo accertarmene, non so come).
Tecnicismi a parte, stordisce il fatto che, come nella tradizione più classica, il motore di tutto sia una melodrammatica semplicissima storia d’amore. E una linea narrativa di base elementare: uomo con senso di colpa dilaniante -> vuole tornare a casa -> accetta un lavoro che gli permetterà di farlo -> fine. Tutto il resto è la maestosa impalcatura, nel vero senso della parola, che Nolan gli costruisce intorno, sopra, sotto, dentro e fuori. Escher della mente nella mente nella mente, Matrix + Blade Runner + Paprika, gioco di scatole cinesi, labirinti senza uscita o con troppe uscite, e tutte le altre belle frasi fatte che volete.
Quello che mi elettrizza un po’ meno è l’imperfezione. Inception non è un film perfetto, perché la storia si mangia i personaggi. Per un DiCaprio monumentale col suo passato straziante, i suoi scheletri nell’armadio, i suoi difetti congeniti, c’è una squadra abbozzata di caratteri mal definiti, su tutti una Ellen Page insulsa, che non fa nulla di quel che dovrebbe e serve solo da “personaggio-spiegone”. Potevano essere tutti personaggi a dir poco epocali (“il chimico”, “l’architetto”, ecc.) e non lo sono, vanno un po’ allo sbando.
Ah, e il “calcio”, per la cronaca, si chiama spasmo mioclonico ed è una difesa automatica della mente, che quando ci addormentiamo a volte percepisce il corpo come morto e ci fa sognare di inciampare su un gradino (io sogno sempre quello) per farci svegliare e tornare alla vita. Siate fieri, è l’unica cosa che ho imparato in 6 stagioni di Dr. House.
Ma sono io che faccio sempre le pulci a tutto e mi incaglio su queste cose, che comunque vengono oscurate, nel bene e nel male, dalla storia. Resta la sensazione di un film che poteva essere perfetto e non lo è, ma la cosa non toglie nulla a quell’altra appagantissima sensazione, di ripensare al film della sera prima per tutto il giorno dopo ed essere soddisfatta come non capitava da tempo.

…Ci ripensi così tanto che vorresti anche tu un “subconscio militarizzato” (una delle invenzioni migliori) con le guardie del corpo, anzi della mente, che sparano a vista a chi di soppiatto cerca di fotterti il cervello. Io vorrei un subconscio militarizzato, così farei fuori tutte le persone, le idee, i ricordi e le sensazioni malsane che ancora albergano da qualche parte sotto la corteccia e mi fottono la vita, sostituendosi alle volte a quella reale. La trottola gira.

Annunci