AKA come uscire dal cinema e attaccarsi allo xanax.

Diciamo che NON È BELLO prepararsi una settimana alla visione di BALADA TRISTE DE TROMPETA di Alex de la Iglesia, storia di pagliacci sfigurati nella Spagna franchista, e ritrovarsi in poltrona a vedere il film del figlio di Costanzo tratto dal libro del genietto della fisica che a 26 anni vince lo Strega.
NON È BELLO perché de la Iglesia mi ricorda un fantafestival di mille anni fa e anche solo per questo gli voglio bene, per non parlare del fatto che è spagnolo e dei film ispanici si è già detto quanto spaccano (spagnoli, argentini, messicani ecc.).
NON È BELLO che all’ultimo momento la cassiera dica «è in spagnolo NON sottotitolato» spargendo così il panico tra gli avventori. Io sarei andata comunque, perché lo spagnolo fingo di saperlo (oh, un triennio a scuola sarà servito, no?!) e poi dai, una faccia una razza, secondo me si capiva, ma la massa ha deciso che NO! e allora io, che sti giorni non ho la forza nemmeno di sbadigliare, ho seguito gli altri in silenzio.
Balada uscirà perché lo ha acquistato la Mikado, ma chissà quando. Era in anteprima “Venezia a Roma” e per una volta potevo fare quella che vede i film prima degli altri e invece manco per il cazzo, ti vedi LA SOLITUDINE DEI PICCOLI RAINMAN. Un film di bambini sfigati e depressi che crescono e diventano ragazzi sfigati e depressi.

Mettiamola così, non ero proprio nel mood per una roba del genere. Ma temo che anche fossi stata nel mood mi avrebbe fatto comunque incazzare. Si era detto che bello cominciare l’anno col film brutto, sì, ok, ma uno poteva bastare. Non è che questo sia un film brutto. Ma è un film di musica, di facce, di luci e sensazioni, di atmosfere. E pure di duepalle. E mi da fastidio, mi fa incazzare, che tu regista debba comunicare le emozioni solo pompando la musica a duemila, o facendo le luci virate e i primi piani intensi, con gli attori che sibilano frasi al confine tra Antonioni e Maccio Capatonda (dialogo sibilato: «Ti va di baciarmi?» «Io mi alzerei»).
Ecco sì. Se vi piace Antonioni, correte a vederlo. Io odio Antonioni, si può dire? All’università, aula 1, pomeriggio, davanti a Professione Reporter mi addormentai quattro volte. Cosa che non successe affatto col favoloso action movie La corazzata Potemkin, per dire.
Il fatto del libro mi ha anche innervosito, perché su sette che eravamo in quattro l’avevano letto, io ovviamente no. Perché quando escono i casi letterari li snobbo, sarà colpa mia, non lo so. Quindi tutti a dire ah, ma qui è diverso, ah ma allora questa parte, ah ma invece qui ecc. ecc. mentre io dopo venti minuti buoni non avevo ancora capito un piffero della trama, zero, manco abbinavo i nomi ai volti.
È un film sull’incomunicabilità, Antonioni docet, con facce tristi (perennemente tristi) e salti temporali, con i simboli, la suggestione, le scene artefatte che dici ma ora questo cosa c’entra? Perché ora c’è la nebbia nella chiesa durante il matrimonio e gli astanti sono tutti morti? Simboli e suggestioni, vade retro. Ma magari a voi piacciono.
Gli attori sono bravi, Alba Rorwacher dimagrita di dieci chili e lui, non so come si chiami, ingrassato di dieci per fare il salto temporale di sette anni.
Ah, poi è anche un horror, cosa che avevo letto da qualche parte. Costanzo scava nel libro e ne rivela la parte horror. È vero, bambini spiritati, luci sghembe, lunghe prospettive buie. Ma non basta.
L’impressione è che il Cinema Italiano si prenda sempre troppo sul serio, che voglia fare l’Autore senza la capacità e la semplicità propria degli Autori, e per parlare, ad esempio, di incomunicabilità, non riesca a comunicare niente. Il che non è una vittoria. Ma chi ha letto il libro ha detto: meglio del libro. Annamo bene.

L’unica scena che mi ha un po’ preso è sul finale, quando lui torna da lei e lei si veste in fretta e furia. Mi ha preso perché sparata a mille c’era Bette Davis eyes, che coinvolgerebbe anche un sordo.
Questa canzone. La cosa migliore del film.

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