– Questo post finirà con un colpo di scena –

Comincia giovedì.
Nel pomeriggio vado dal parrucchiere, per continuare l’opera di simil-restyling cominciata dopo la chiusa lavorativa che mi ha ridotto un rudere. Non vi ho detto che andai anche a farmi la MANICURE, che in casa Alabama è evento degno di felicitazioni e telefonate. Ora sembrano mani normali. Anzi, pure belle.
Ma non divaghiamo. Il parrucchiere da una raddrizzata alle alghe ed esco piastrata boccolata, per vedere una sorta di piega decente e sperare che regga almeno fino a sabato. Dopo due ore sono già belli che smosciati, illusa senza speranza povera Alabama.
La sera vado al Crack, ridente manifestazione fumettistica corredata di cani, terriccio e tossicodipendenti, svolgendosi essa in un noto centro sociale romano. Incurante dei cani vado con un’amica mia, incontro qualche fumettaro che conosco, vedo un sacco di cose esposte e chiacchiero in giro bevendo vino, come i veri gggiovani. Ecco, purtroppo due bicchieri di morellino a stomaco vuoto mi mettono KO e torno a casa smadonnando e guidando a zigzag.

Venerdì mi sveglio morta di mal di testa. Ottimo, dato che all’una devo uscire per andare a fare da interprete per delle interviste a una cantante e doppiatrice giappa 24enne che prego Iddio non sia una stronza. Contavo di lavorare prima di uscire ma il mal di testa non mi da tregua e maledico il dio vino e tutti quelli che lo producono e io che lo bevo a stomaco vuoto come una dilettante. Vegeto a letto tra il mal di testa e la strizza del lavoro da interprete, che detesto fare ma per la pagnotta questo ed altro. Arranco continuando a darmi della stronza e prima di uscire davanti allo specchio faccio la solita preghierina scaramantica che uso in questi frangenti: «Andrà tutto bene. Andrà tutto bene perché tu sei un superfico, e sei meglio di Baretta» (Mr. Orange, Le Iene, 1992).
Esco in clamoroso anticipo perché il posto è a CIAMPINO e io non ho idea di quanto ci voglia e come si faccia ad arrivare a Ciampino. Ho il navigatore. Ho l’iPod innescato e il cellulare col bluetooth collegato alla radio che mi fa parlare in viva voce. Sembrerei davvero una gran figa se non avessi dimenticato gli occhiali da sole, che non uso mai e li tengo sul fondo del cassetto dimenticati da dio, solo che per guidare alle 2 di pomeriggio in autostrada sarebbero stati leggermente utili. Arrivo a destinazione lacrimando sangue come la Madonna e nel viaggio (ci metto UN’ORA) rifletto su delle grandi verità, come ad esempio che mi sembra di essere una donna delle caverne che si va a procacciare il cibo inseguendo il branco di bufali. Un’ora di macchina per reggere il moccolo a una ragazzina jappa e svoltare qualche (bel) soldo. Sono perplessa.
Arrivo in questo megalocale e per fortuna sono tutti supergentili. I jappi fanno i soliti mille inchini e io con orrore mi accorgo di aver fatto lo sbaglio imperdonabile, sono una pippa, faccio schifo, devo andare a nascondermi. Ho scordato i biglietti da visita. Me ne allungano una decina e io devo dire farfugliando che *ehm* li ho finiti *ehm* come diavolo sarà successo??
Per fortuna la star è simpatica e alla mano. Facciamo queste due interviste. Mi regala uno dei suoi profumini ai fiori di pesco. Chiacchieriamo e le racconto del Giappone, Sendai, Kyoto, ecc. Mi assale la voglia di tornarci ADESSO. Mi congedo prima del previsto e ci vediamo domani, dato che durante il concerto dovrò fare da interprete SUL PALCO. Madonnadiddio.
La sera torno al Crack, non paga dell’ubriachezza dilettantesca della sera precedente. Altri amici, altro giro, altra corsa, stavolta però ho l’accortezza di mangiare qualcosa. Torno a casa alle TRE, non facevo le tre fuori casa da capodanno penso (che era comunque in una casa).

Sabato mi sveglio dunque tardi e tento di lavorare. DEVO lavorare. So che devo uscire alle sette per tornare a Ciampino a caccia di bufali e l’angoscia già mi divora. È come un esame universitario, come un colloquio di lavoro. Pensi che con quella roba hai finito e invece NO, ricordati di fare l’interprete il meno possibile nella vita se non vuoi morire di ansia. Non fa per me. Specialmente sul palco davanti a cento persone NO, negazione assoluta dello stare davanti a un pubblico. Eppure lo fai, l’hai già fatto, in Giappone mille volte, ti sei bella che svezzata. Eppure niente, ogni volta è come la maturità, nonostante il discorsetto di mr. Orange allo specchio.
Mi aggiro come uno zombie per casa e non riesco a lavorare. Mi sforzo.
Alle sette esco, non prima di aver riempito la borsa di biglietti da visita, devo rimediare alla tragedia di ieri. Déjà vu del giorno prima, navigatore, iPod, bluetooth, ma stavolta occhiali da sole presi. Fare le cose due volte servirà a qualcosa. Arrivo in anticipo. Scopro che dovrò parlare molto meno del previsto (FIUUUUU) e verso la fine del concerto. Sto con la ragazzina, scrocco la cena a buffet organizzata dal locale, arraffo i luridi soldi (bufali) e mi metto al tavolo con gli organizzatori in attesa del momento topico.
Arriva il momento topico.
Mi dicono aver fatto una discreta figura ma io SO di aver cannato completamente una frase, accorgendomene il secondo dopo, ed essere stata a un soffio dal fallire una consecutio, cosa che avrebbe causato il crollo della mia credibilità forever. Come prendere una stecca che sentirebbe anche un sordo. «Se mi foss… se avress… se sarebb…» roba eclatante di questo tipo, che ho risolto con un elegante imperfetto messo lì a caso con abile manovra diversiva.
Basta. Finto il mio momento prima mi sono sentita onnipotente per un attimo (una bella sensazione) e poi è crollata tutta l’adrenalina e però ho anche pensato vedi, a stare chiusa dentro casa alla scrivania te la sogni questa adrenalina.
Resto ancora a dare una mano dopo il concerto e riesco ad andare via ALL’UNA.
In macchina faccio il karaoke cantando Johnny Cash e i Placebo e mi rilasso e penso che adesso che sono superstressata mi servirebbe proprio un viaggetto in solitaria al volante.
Alla fine è un lavoro solitario. Anche quando non sei a casa e lo fai in giro, sei da solo. Io da sola ci sto bene. Sarà per quello che mi piace. Boh.
Elucubrando elucubrando partono due tacche di carburante in due giorni, che bello andare a Ciampino.

Arrivo a casa e giro la chiave.
Mi torna in mente quello che doveva succedere oggi.
Quello che fondamentalmente non volevo ricordare.
Oggi i coniugi se ne sono andati, hanno traslocato, hanno portato via il letto e dormono nella nuova casa per la prima notte.
Mentre lavoravo preparavano le scatole, toglievano i quadri, ripulivano lo sgabuzzino. Facevo la gnorri.
Non ci sono più.
Mi appoggio allo stipite della loro stanza e fisso il VUOTO.
Gli ultimi quattro anni mi passano davanti, giuro, mi passano davanti.
Non ci sono più.

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