Pensavate di sfangarla, eh?! Poveri ingenui!

Siamo ancora al mare. Decidiamo di cambiare zona e compriamo i biglietti del bus che ci porterà a Kep, altra località sulla costa.
La mattina i cambogiani non hanno voglia di fare un cazzo, come in tutto il resto della giornata, e aspettiamo il suddetto bus un’ora e mezza. Presto scopriremo che il bus non arriverà mai, si è scordato di passarci a prendere, quindi l’agenzia ci manda un taxi con già due persone dentro, una coppia mi pare di francesi. Stipati come polli arriviamo a Kampot e poi da lì mini-bus verso la destinazione finale. Attraversiamo paesini degni del far west, deserti, spogli, sabbia e polvere che ruzzola.
Arriviamo e a Kep non c’è NIENTE. Solo villici sdraiati sulle amache, nessuno fa nulla di utile, i maghi del turismo proprio.
Il mare è bruttino ma prenotiamo per il giorno dopo una gita in barca alla cosiddetta Isola del coniglio, ho scordato perché si chiama così.
Mangiamo, andiamo in spiaggia, ci stravacchiamo in camera, ceniamo, giornata di ozio totale. Cambodian way of life. Passiamo la sera in camera a sentire De André e viste da fuori, due italiane in un buco di camera di guesthouse nel buco di culo della Cambogia che sta più o meno nel buco di culo del mondo a cantare La guerra di Piero è veramente senza senso.
La camera è decente ma il bagno puzza di fogna, anzi no, puzza di bagni dei campeggi. Quell’odore tipico. Il lavandino stranamente non è otturato, ma perde. Gocciola ovunque. Vabbè.

Il giorno dopo Isola del Coniglio! Stiamo al mare tutto il giorno, il posto è tipo paradiso perduto con palme, sabbia bianca e acqua non memorabile ma calda e immobile, una tavola nel vero senso della parola. Bungalow e amache sulla spiaggia, silenzio, pace di Dio.
Becchiamo tre italiani di Genova che pranzano nel nostro stesso baretto sulla spiaggia, io prendo i noodles con calamari e non ho ALCUN PENSIERO.
Più che i santuari poterono i mari, rispetto alla prima settimana sto molto meglio e ho realmente rimosso l’Italia, casa, le grane, tutto. E fra poco si riparte.
Le amache di Kep.
I cambogiani fancazzisti.
Io e Anna sulla barca di ritorno dall’isola a cantare le sigle dei cartoni animati degli anni Ottanta. Non sbagliamo una parola, nemmeno del ritornello complicatissimo di BIA.
Ceniamo nel ristorante francese che abbiamo eletto nostra base mangereccia (colazione, pranzo e cena, tra poco ci danno la targa commemorativa) e prendo un filetto di pesce al tamarindo (!) che risveglia i morti per quanto è buono. È l’ultima cena al mare. Il giorno dopo abbiamo il bus per la capitale, Phnom Penh.

Phnom Penh è un bordello assoluto. Scendiamo dal bus e veniamo assalite da un’orda di guidatori di tuktuk, scegliamo il più simpatico ovverosia tale MR. LUCKY (sic) che ci porta alla guesthouse e poi a fare un giro al mercato locale. Altro shopping.
Tentiamo di visitare il Royal Palace ma non ci fanno entrare perché abbiamo le spalle scoperte (fanno 35 gradi) e nonostante abbiamo la krama messa tipo stola. Niente da fare. Serve una maglietta, che non abbiamo ma possiamo allegramente comprare all’ingresso. COSA?! Scordatevelo, ciao.
Ci andiamo a buttare in un bar a bere smoothies (frullati di Dio). È l’ultimo giorno che passo con Anna, la mattina dopo ho l’aereo alle 8.20 per Singapore e lei si imbarca per il Vietnam. Invece che festeggiare, andare a rimorchiare, a ballare, a fare baldoria, stiamo ORE in questo locale dotato di wifi a chattare, mandare mail e roba del genere. Siamo due merde. Quando cominciamo a chattare anche tra di noi, da un tavolo all’altro, ci viene il sospetto che forse stiamo vagamente esagerando.
Per cena mangio il mio ultimo pho, andiamo a letto all’una e mezza e dopo 4 ore Mr. Lucky mi viene a prendere per portarmi in aeroporto. Saluti strazianti, baci, abbracci, vado via, ci vediamo a maggio quando torni in Italia. E così è stato.

Dai che la prossima è l’ultima puntata! E poi il filmaggio!

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