Heartquake

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I’m
Taking a ride
Off to one side
It is a personal thing
Where
When I can’t stand
Up in this cage I’m not regretting

I don’t need a better thing
I’d settle for less
It’s another thing for me
I just have to wander through this world
Alone

Stop
before you fall
Into the hole that I have dug here
Rest
Even as you
Are starting to feel the way I used to

I don’t need a better thing
Just to sound confused
Don’t talk about everyone
I am not amused by you

‘Cause I’m gonna lose you
Yes, I’m gonna lose you
If I’m gonna lose you

‘Cause I’m gonna lose you
Yes, I’m gonna lose you
If I’m gonna lose you

I’ll lose you now for good


[Lose you – Pete Yorn]

Alabama va in Cambogia – vol. 5

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Pensavate di sfangarla, eh?! Poveri ingenui!

Siamo ancora al mare. Decidiamo di cambiare zona e compriamo i biglietti del bus che ci porterà a Kep, altra località sulla costa.
La mattina i cambogiani non hanno voglia di fare un cazzo, come in tutto il resto della giornata, e aspettiamo il suddetto bus un’ora e mezza. Presto scopriremo che il bus non arriverà mai, si è scordato di passarci a prendere, quindi l’agenzia ci manda un taxi con già due persone dentro, una coppia mi pare di francesi. Stipati come polli arriviamo a Kampot e poi da lì mini-bus verso la destinazione finale. Attraversiamo paesini degni del far west, deserti, spogli, sabbia e polvere che ruzzola.
Arriviamo e a Kep non c’è NIENTE. Solo villici sdraiati sulle amache, nessuno fa nulla di utile, i maghi del turismo proprio.
Il mare è bruttino ma prenotiamo per il giorno dopo una gita in barca alla cosiddetta Isola del coniglio, ho scordato perché si chiama così.
Mangiamo, andiamo in spiaggia, ci stravacchiamo in camera, ceniamo, giornata di ozio totale. Cambodian way of life. Passiamo la sera in camera a sentire De André e viste da fuori, due italiane in un buco di camera di guesthouse nel buco di culo della Cambogia che sta più o meno nel buco di culo del mondo a cantare La guerra di Piero è veramente senza senso.
La camera è decente ma il bagno puzza di fogna, anzi no, puzza di bagni dei campeggi. Quell’odore tipico. Il lavandino stranamente non è otturato, ma perde. Gocciola ovunque. Vabbè.

Il giorno dopo Isola del Coniglio! Stiamo al mare tutto il giorno, il posto è tipo paradiso perduto con palme, sabbia bianca e acqua non memorabile ma calda e immobile, una tavola nel vero senso della parola. Bungalow e amache sulla spiaggia, silenzio, pace di Dio.
Becchiamo tre italiani di Genova che pranzano nel nostro stesso baretto sulla spiaggia, io prendo i noodles con calamari e non ho ALCUN PENSIERO.
Più che i santuari poterono i mari, rispetto alla prima settimana sto molto meglio e ho realmente rimosso l’Italia, casa, le grane, tutto. E fra poco si riparte.
Le amache di Kep.
I cambogiani fancazzisti.
Io e Anna sulla barca di ritorno dall’isola a cantare le sigle dei cartoni animati degli anni Ottanta. Non sbagliamo una parola, nemmeno del ritornello complicatissimo di BIA.
Ceniamo nel ristorante francese che abbiamo eletto nostra base mangereccia (colazione, pranzo e cena, tra poco ci danno la targa commemorativa) e prendo un filetto di pesce al tamarindo (!) che risveglia i morti per quanto è buono. È l’ultima cena al mare. Il giorno dopo abbiamo il bus per la capitale, Phnom Penh.

Phnom Penh è un bordello assoluto. Scendiamo dal bus e veniamo assalite da un’orda di guidatori di tuktuk, scegliamo il più simpatico ovverosia tale MR. LUCKY (sic) che ci porta alla guesthouse e poi a fare un giro al mercato locale. Altro shopping.
Tentiamo di visitare il Royal Palace ma non ci fanno entrare perché abbiamo le spalle scoperte (fanno 35 gradi) e nonostante abbiamo la krama messa tipo stola. Niente da fare. Serve una maglietta, che non abbiamo ma possiamo allegramente comprare all’ingresso. COSA?! Scordatevelo, ciao.
Ci andiamo a buttare in un bar a bere smoothies (frullati di Dio). È l’ultimo giorno che passo con Anna, la mattina dopo ho l’aereo alle 8.20 per Singapore e lei si imbarca per il Vietnam. Invece che festeggiare, andare a rimorchiare, a ballare, a fare baldoria, stiamo ORE in questo locale dotato di wifi a chattare, mandare mail e roba del genere. Siamo due merde. Quando cominciamo a chattare anche tra di noi, da un tavolo all’altro, ci viene il sospetto che forse stiamo vagamente esagerando.
Per cena mangio il mio ultimo pho, andiamo a letto all’una e mezza e dopo 4 ore Mr. Lucky mi viene a prendere per portarmi in aeroporto. Saluti strazianti, baci, abbracci, vado via, ci vediamo a maggio quando torni in Italia. E così è stato.

Dai che la prossima è l’ultima puntata! E poi il filmaggio!

Lost in peace

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E così, mentre mezzo mondo si prepara a vedere l’ultima di Lost, io scopro che alle 5.30 del mattino è già giorno fatto, in tangenziale non c’è nessuno e posso andare a 120 col volume della radio a 23 e urlare fortissimo ANARCHY IN THE UK. Esattamente quello che mi serviva.
L’orologio in alto a destra segna le 5.57, buona visione a voi e buonanotte a me, che certo però la mattata potevo pure farla, non avere mai visto neanche mezza puntata e cominciare dall’ULTIMA.

Ma sapete che c’è? Sticazzi.

Gli stridenti musicali

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Piermatteo suona la fronda
che lo zio gli regalò
suo cugino Elisio il sasso
agitandosi un bel po’.

Eleuterio al contrabbando
è ormai cotto di Maria,
ma lei pare avere occhi
sol per la sua latteria.

Le zimarre sono due
dei gemelli Rigattiere
ma il capoccia è sempre quello
che governa le pastiere.

Or la banda è al completo
per le piazze se ne va
e la folla allo sconcerto
entusiasta i cori fa.

(Ottonario sghembo, 2010, Alabama in un’inedita versione menestrello delle filastrocche)

Work in regress

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17 maggio. Percepito 17 novembre.
Piove da mille milioni di anni e non smetterà per altri mille milioni. Non potete pretendere che io sia di buonumore.
Oggi ho finito di tradurre uno dei manga più brutti della storia, di cui non dirò il titolo per ovvi motivi. L’importante è che sia finito, e in soli tre volumi. Prossimamente nelle peggiori fumetterie di Caracas.
Poi pur di non continuare a lavorare ho pulito la cucina, che era il mio turno, e vi dirò, in veste massaia casalingua mi sa che rendo meglio che in veste desperate translator. So’ soddisfazioni. Per un traduttore quale potrebbe essere l’equivalente del FABULOSO alla VANIGLIA che uso per i pavimenti? Per profumo e densità ti viene voglia di versarlo sul gelato, giuro. Apri la bottiglia e vuoi fare una sorsata. Ogni volta mi devo trattenere, signoramia.

Oggi il brutto manga e ieri ho finito la cosa che da marzo mi ha tenuto inchiodata al Mac a dare di matto.
Due mesi a tradurre CARTONI GIAPPONESI PORNO, ecco la verità, quella che non volevo rivelare e portarmi nella tomba. Adesso, ragazzi miei, posso scrivere un trattato sulle peggiori perversioni nipponiche (ma temo siano universali), posso fare un seminario, avere una cattedra di pornologia, aprire un sexyshop. Siate fieri di me, insomma.
Dopo l’iniziale divertimento («Ahah! Che tettone! Ahah!») è sopraggiunta una fase tra l’incuriosito e lo sgomento, dopodiché lo schifo ha prevalso. A lungo. Quando dico peggiori perversioni intendo peggiori. C’è il serio rischio che io sia diventata, a scelta, una ninfomane invasata priva della benché minima moralità o una frigida senza speranza che sta per andarsi a comprare il cilicio. Confidiamo nella prima.
Per chi se lo stesse chiedendo (e lo so che ve lo state chiedendo, PORCI) tali eccezionali prodotti made in Japan andranno in onda sottotitolati su canali satellitari ma non ho idea di quali. File not found, possono perdersi nell’etere e io di certo non ne sentirò la mancanza.

Chiuso con i video (almeno temporaneamente) nuovi sfavillanti manga cartacei mi attendono. Chissà se prima o poi sarò realmente fiera di qualcosa che ho tradotto?
Va be’, comunque spero che arrivino il più tardi possibile, dato che nel frattempo devo tradurre un romanzo dall’inglese e scrivere un libro.
Sì, dunque. Il romanzo mi diverte molto, perché è la prima volta e finalmente qualcosa che non siano ideogrammi. È un libro per ragazzi o, come va tanto di moda dire nel settore, young adults (santa madonna), e pare divertente. Se solo lavorassi invece di scrivere post tutto filerebbe molto più liscio.
Il libro da scrivere attenzione, che ve credete, non è un romanzo, non è il blog sottoforma cartacea (MAI), non sono le mie memorie, è soltanto (?!) una monografia su un autore di manga che mi hanno commissionato. Scordatevi di sapere altro, dirò tutto a giochi fatti (forse). Pure lì, andare oltre l’introduzione e la biografia agevolerebbe di molto la consegna ormai quasi imminente (brava Fè, fai i porno invece che l’alta letteratura. Il perché è ovvio, perché il pene dà il pane, come diceva il compianto John Holmes OKOKOK la smetto!).

Questo è quanto. Non si prevedono weekend liberi da qui a Ferragosto, ma tanto non smetterà mai di piovere e quindi…


It’s just another manic Monday
I wish it was Sunday
‘Cause that’s my funday
My I-don’t-have-to-run day
It’s just another manic Monday

Lo scafandro e la farfalla

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Non vado al cinema da… aspetta che controllo.
Dal 21 aprile. Cristo. Tre settimane, sto per avere un collasso.
Stasera rientro a casa e quei due non ci sono, se sono andati al cinema li SBRANO.
Non che mi sia persa molto eh? Anche adesso non c’è granché da vedere, posto che delle commedie (eh?) italiane in circolazione non mi interessa NIENTE, di Iron Man poraccio non me ne frega un tubo e ci andrei solo per sbavare davanti a Robert (perché io lo amo) ma non ce la posso fare, scusa Robert, ne riparliamo a cena.
C’è il film della Guzzanti e tocca vederlo, dai mi va di vederlo.
C’è qualcosa di strafico uscito in mezza sala e non so se riuscirò mai a raggiungere quella mezza sala.
Vi ricordate i tempi delle PRECENSIONI? Aaahhh che bei tempi.
Tutti a fare i pompini al giovane cinefilo che si è inventato i friday prejudice ma io dico ABBELLO! Me li ero inventati io cento anni fa sul mio blog scrauso che parla di cazzate! O quantomeno avevo avuto la stessa idea! E precensioni è un cazzo di nome fantastico geniale che non ti è venuto in mente! Ecco!
Vabbè che durarono poco. Alabama Costanza De Alabamis. Forse non dovrei accanirmi. Lo lascerò sopravvivere.

Questo livore è abbastanza ingiustificato ma non andare al cinema impedisce allo stress accumulato nelle cavità ossee e tra le pieghe dei nervi di defluire lentamente e senza traumi all’esterno del mio corpo e abbandonare per sempre questo mondo terreno. È così. E io invece di andare a dormire e leggere qualcosa della roba accumulata al Comicon sto qui a smanettare furiosamente.
In compenso continuo a comprare dvd, immagino per placare le urla provenienti dalle cavità ossee e dalle pieghe dei nervi, oggi altri due a un prezzo irrisorio.
Potrei fare così, invece di parlare dei film che vedo, perché si è capito che ormai ne vedo la metà di un tempo, potrei parlare dei film che COMPRO, che li abbia visti o no non importa.
Se li ho visti tiro giù due cazzate che mi ricordo, cose basiche tipo lacrime/risate/vomito, se non li ho visti è come fare una precensione, vale lo stesso.

In Giappone vedevo davvero un sacco di film, ero bravissima ad andare al cinema, spessissimo da sola ed era fantastico.
Infatti lo stress era inesistente, forse sono l’unica persona al mondo che in Giappone si rilassa invece che stressarsi. Anche quando lavoravo. Madonna.
Vedevo un sacco di film di supernicchia, mai usciti né prima né dopo nelle sale italiane, documentari, roba coreana (e lì capivo un decimo della trama), cose strane.
Siccome al 90% era roba superfica, ora se trovo dvd di film che ho visto nel mio anno giapponese li compro senza neanche pensarci, perché tanto sicuro mi era piaciuto il film e ho voglia di rivederlo per rimembrare i tempi andati e magari capirlo tutto (doppiato) e no saltare pezzi con punto interrogativo sulla testa.

Uno era quello che ho preso oggi, Lo scafandro e la farfalla di Julian Schnabel, che non avevo idea fosse stato doppiato e distribuito pure in Italia.
Di questo film mi ricordo che lo andai a vedere con la mia amica americana che capiva il francese (il film era in francese ovviamente sottotitolato in jap) e però non sapeva dell’esistenza della parola SCAFANDRO, cioè mi chiese il significato del titolo e io le dissi la traduzione in inglese, cioè DIVING BELL (trovata sul dizionario) e lei proprio non capiva cosa fosse. Io lì a fare il mimo, i gesti, le scenette e lei niente, diceva boh, non sapevo che esistesse una parola per una cosa del genere.
Cristo. Ma gli americani che problemi hanno con il lessico? E faceva pure l’insegnante di inglese! In effetti la CAMPANA PER TUFFARSI fa schifo come definizione.
Comunque la adoravo e mi manca tanto. Ora vive a Parigi. Prima o poi la andrò a trovare.
Ok, sto divagando.
Il film. Sì.

Il film è straziante. È la storia vera di un tipo ricco dirigente di non ricordo cosa, molto cool e sulla cresta dell’onda, che viene colpito da una forma di paralisi tremenda per cui riesce a muovere, mi pare, solo gli occhi. Impara a comunicare muovendo solo gli occhi. Scrive un libro con gli occhi (nel senso che lo detta alla sua logopedista che poi lo fa pubblicare). Vi giuro è straziante, giuro. Bellissimo. Ha vinto non so quanti premi e gli attori sono incredibili. Finisci di vederlo e se hai ancora qualche neurone che non sia impegnato a produrre lacrime pensi oh mio dio potrebbe capitare anche a me, oh mio dio come sono fortunato a potermi muovere.
Quindi probabilmente sei una persona migliore, almeno per una decina di minuti.
Questo è quanto mi ricordo.

Come ho fatto a scrivere così tanto? Devo andare a letto.
Diciamo che questo post inaugura la rubrica DVD (cinema è impegnativo, non me la sento) e vediamo quanto dura.

Cheers!

P.S.
Probabilmente devo lo spunto di scrivere questo post agli innumerevoli commenti con cui infesto questo blog 🙂

Impallidisci, Marty McFly

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