Al mare! – la parte svacco

L’ultimo giorno a Siem Reap invece di andare a vedere il lago Tonle Sap (che pareva un sacco bello) ci buttiamo sui divanetti del Blue Pumpkin a scrivere mail e bere succhi di frutta. La sera mangiamo l’insalata di mango più buona dell’universo e poi saliamo sul bus che ci porterà al MARE! L’agognato mare.
Quindi passiamo la sera di San Valentino su uno scassatissimo pullman, nei posti più scomodi, ovviamente, cioè quelli dell’ultima fila in fondo. L’entusiasmo iniziale di avere i posti in fondo, come quando al liceo andavi in gita e la gente più cool della classe si metteva tutta sull’ultima fila a fare casino, si tramuta in incubo quando mi accorgo che dal basso arriva l’aria caldissima del motore e dall’alto quella freddissima del climatizzatore, praticamente vivrò per 8 ore in un ecosistema parallelo. Inoltre i sedili non sono reclinabili (essendo attaccati alla parete dietro) e dormire risulta impossibile. Fico. Anna dopo un’oretta decide di sdraiarsi PER TERRA tra i nostri sedili e quelli di fronte, io guadagno così il suo spazio e tento di arrotolarmi in qualche modo per stare comoda. Niente da fare. Guardo fuori e mi vengono mille pensieri brutti, sul ritorno a casa, sul lavoro, la vita quotidiana, le persone, ma cerco di non pensarci e rimuovere tutto. Il non-sonno non aiuta.
Alle 6 del mattino arriviamo a SIHANOUKVILLE, il mare finalmente!, e ci mettiamo a cercare una guesthouse. Hanno tutte i prezzi raddoppiati a causa del capodanno cinese (che cadeva proprio in quei giorni) e mandiamo sciagure e maledizioni ai dannati musi gialli. Ben presto ci rendiamo conto che Sihanoukville è città superfancazzista, tipicamente di mare, in cui nessun’anima viva ci caga minimamente e dobbiamo aspettare il checkout delle 10.30 per sapere se avremo la stanza (siamo arrivate alle 6, ripeto). Mezze morte andiamo a fare colazione con i pancakes, il mio è praticamente un panino all’ananas. Alle 10.30 torniamo alla guesthouse che avevamo puntato (quella da dieci dollari) ma ci dicono che è tutto pieno e dobbiamo ripiegare su quella da venti dollari per gran signore. Molliamo gli zaini, ci infiliamo il costume e ci buttiamo in acqua. RINASCO.

Il giorno dopo andiamo a fare il giro in barca sulle isole di fronte. Il mare della costa non è granché ma delle isole si dicono grandi cose e infatti facciamo snorkelling con un’altra decina di disperati, ore di morto a galla, risate stupidissime che quasi affoghiamo e chiacchiere con un vecchio americano di non so dove che era venuto per pescare (?!) e si ritrova con un’orda di turisti-fai-da-te casinari. Poraccio.
La sera in camera nasce un discorso interessantissimo su “quale superpotere vorresti avere”, per cui svisceriamo i pro e i contro dei poteri più comuni.
Io dico subito teletrasporto, che di fatto è proprio quello che vorrei avere da sempre, ma Anna me lo smonta dicendo che così si perderebbe il gusto di dire addio e poi rincontrarsi chissà quando (cosa a cui non avevo mai pensato) che cioè, così sarebbe troppo facile e non si sentirebbe mai la mancanza di niente e di nessuno e tutto perderebbe di significato.  Ci resto malissimo. Il mio sogno distrutto.
Concordiamo che di volare non ce ne frega niente, dell’invisibilità meno che mai e della superforza zero proprio.
Anna opta per la lettura del pensiero, così secondo lei tutto sarebbe più facile e capirebbe subito come comportarsi. Secondo me no, perché poi i pensieri degli altri annullerebbero i tuoi, saresti troppo concentrato a sapere cosa pensano/vogliono gli altri e si perderebbe la spontaneità.
Galvanizzate dalla discussione (…) intavoliamo un progetto sui MEDIPOTERI, cioè i “superpoteri con restrizioni”. Ad esempio teletrasporto ok, ma per un massimo di 10.000 km l’anno, così devi decidere se fotterteli tutti con una sola andata in Giappone (esempio a caso) o tenerli per fare a/r in Italia o Europa.
Alla fine decido che il superpotere che vorrei è SAPER CUCINARE.
Sulla scia di tali filosofici discorsi, durante la cena stiliamo una lista di OBIETTIVI SOSTENIBILI da realizzare entro la fine del 2010. Bevendo mango lassi sulla veranda di un ristorante che fa cucina khmer (dannazione troppo piccante!) stabilisco che entro la fine dell’anno devo:
– andare a correre due volte a settimana
– ridurre le porzioni/i pasti
– imparare a fare la pizza/il pane
– leggere almeno 5 libri
– cominciare a lavorare ogni mattina alle 9.30
– perdere almeno tot chili
Roba che fa ridere ma che è SOSTENIBILE. Inutile mettersi in testa di diventare lo chef Tony o lavorare dalle 8. NO agli obiettivi impossibili.

Ora, se consideriamo che sono le 11 spaccate e sto scrivendo sul blog capite bene quanto il progetto di ferro stia dando i suoi frutti.

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