Siem Reap – la parte culturale

Atterriamo a Siem Reap, la città più vicina ai templi di Angkor, che guarda caso ha un aeroporto.
Scendiamo e ci sono solo palmizi e pace di Dio, altro che casino da megacittà. Ci sediamo ai tavolini del bar in attesa del pick up della guesthouse (che abbiamo prenotato via telefono con la sim cambogiana che Anna ha appena comprato). Penso alle occhiaie che ormai mi hanno fagocitato la faccia (evito di specchiarmi), inoltre l’umidità al 200% mi quadruplica i capelli e mi fa sembrare Luigi XIV. Anna cerca di chiamare i suoi amici in Oz. Abbiamo fame.
La guesthouse è un posto da super ricconi, vedo il letto e mi commuovo. Facciamo un giro per il paese e mi compro subito la prima sciarpetta, dannata shopaholic compulsiva.
Torniamo in camera e dormiamo quattro ore, quando mi sveglio ho tipo un’allucinazione per cui mi sembra mezzanotte e preoccupatissima dico ad Anna oddio abbiamo dormito dodici ore e adesso?? È mezzanotte!! e lei mi fa ma quale mezzanotte? Sono le quattro. Ah.
Il giorno dopo decidiamo che non possiamo stare in una guesthouse da ricconi e andiamo in un’altra che costa sei dollari americani a notte, tre a testa. Ottimo. Cambiamo un po’ di dollari con la moneta locale, i RIEL, ribattezzati CORIANDOLI per il loro immenso potere d’acquisto. Vi ricordate la pizza di fango del Camerun? Uguale. 4000 riel 1 dollaro, se non ricordo male. Giù a ridere ahahah questi soldi sono coriandoli ahahah poi realizziamo che fino al decennio scorso la LIRA era la stessa cosa. Tristezza.
Cominciamo le visite ai templi. Dureranno tre giorni. Ci vogliono almeno tre giorni per vedere tutto il complesso di templi di Angkor, il sito religioso più grande del mondo, risalente a un migliaio di anni fa e riscoperto alla fine dell’800. Ci muoviamo con un tuktuk, cioè la motoretta col carretto dietro che ci porta in giro dietro bei dollaroni di ricompensa. Ovviamente è un pullulare di tuktuk, che abbiamo deciso essere il mestiere più bello del mondo in quanto devi guidare mezz’ora e poi aspettare quattro ore dormendo, poi guidi un’altra mezz’ora e poi dormi di nuovo tre ore, fantastico. Ne scopriremo di belle sul prodigioso fancazzismo cambogiano (gli italiani, in confronto, dei dilettanti).
I templi sono una cosa che si può descrivere solo con le foto (aspettate il filmaggio), alcuni sono famosi per i bassorilievi (Angkor Wat ad esempio) e osservandoli realizzo che si tratta dei primi film della storia, i muri come pellicola ante litteram in cui gli antichi riproducevano eventi sacri, divinità ecc. ma ne riproducevano i movimenti. Cioè come un ralenti che rimane tutto impresso, uno stesso personaggio che va dal punto A al punto B e di cui si vedono tutti i movimenti intermedi. Le prime animazioni della storia. Alcuni templi hanno i faccioni, altri sono schiacciati da alberi millenari, poi vedrete le foto.
La sera siamo stravolte ma dobbiamo vedere PER FORZA il tramonto sui templi, decisamente overrated, e non contente la mattina dopo sveglia alle 5 per vedere pure l’alba, che invece merita.
Tornate in città facciamo lo struscio, Siem Reap è un po’ come Riccione (anche se non sono mai stata a Riccione), turisti a strafottere, souvenir, locali alla moda, concerti, karaoke, gente abbronzata, signore perbene ingioiellate. In tre giorni ci scofaniamo l’impossibile, diventiamo habitué del Blue Pumpkin, un locale molto per occidentali con wifi e divani comodissimi, in cui io mi ubriaco di papaya shake e qualunque altro succo di frutto tropicale. In un ristorante franco-vietnamita scicchettosissimo una sera rimangio il PHO! Il pho (si pronuncia po, come il fiume, ma non sa di fiume) è un piatto tipico vietnamita, uno zuppone di spaghetti di riso (mi pare), carne di manzo, erbette varie e lime, una delle cose più buone che abbia mai mangiato (scoperto per l’appunto in Vietnam nel 2008, mi diede assuefazione). Tra una magnata e un tempio passano i tre giorni a Siem Reap, io e Anna che parliamo di uomini e tofu nella veranda fichissima della prima guesthouse, che prendiamo il tuktuk alle 5 di mattina, che giriamo per i mercatini, che ci compriamo la KRAMA, sciarpetta khmer fondamentale per fare tutto (l’ho usata anche tipo fascia da sindaco) venduta a ogni angolo di strada ai turisti consumisti tipo me, che passo venti minuti buoni a decidere quale prendere, quella a quadretti sul rosso tipo fucsia o quella con i quadretti e le frange o quella più larga con i quadretti grigi o quella con i quadretti… vabbè la krama ha i quadretti, forse si è capito.

[continua]

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